Gas aperto in una Radio di opposizione, gli Elettori che non sono riusciti a votare manifestano, Cinque autobus con la guardia civile sono diretti nella capitale.

Evacauati i studi di Radio Vsesvit in Kiev, dopo che ignoti hanno gettato all'interno bombe sprigionanti un gas irritante. La radio stava conducendo una diretta sulle elezioni, documentando le irregolarità dennunciati dai candidati dell'opposizione.
Alcuni cittadini che si sono visti negare il proprio diritto al voto, si sono raccolti nella Piazza Moscovita, in Kiev, dove la situazione è abbastanza tesa, comunica Interfax. Diversi di coloro, presentatosi nei seggi per votare hanno scoperto di aver già votato e il loro voto già registrato.
In numerosi si sono già rivolti nei tribunali che stanno lavorando a pieno ritmo. Solo 70 cittadini hanno potuto finalmente votare, dopo altretante sentenze della corte. Non è quantificato il numero di quanti probabilmente non ce l'ha faranno più.
Cinque autobus con a bordo squadre armate di guardia civile stanno per arrivare a Kiev, riferisce Echo Moskvi, probabilmente per sventare la rabbia di eventuali cittadini che alla chiusura dei seggi non saranno ancora riusciti a votare. Davanti all'edificio del Comitato Elettorale Centrale hanno preso posizione blindati della polizia e sistemati cannoni a getto d'acqua. Per raffredare le anime.
Fonte: Interfax, Echo Moskvi
Ormai in numerose sezioni, riferisce Echo Moskvi, sono segnalati mancanze di bollettini elettorali. E' la più diffusa violazione fin'ora riscontrata (ma basta avere pazienza, si possono riscontrare tante altre cose). In sostanza sembra ormai accertato che i bolletini elettorali disponibili nelle sezioni sono inferiori al numero degli elettori iscritti nelle sezioni medesime. Perciò in numerosi sono rimandati a casa.
Uno strano fenomeno di overbooking elettorale.
Continueremo a monitorare le elezioni presidenziali ucraine fino alla chiusura dei seggi. Seguitemi.
fonte: Echo Moskvi
Gli Ucraini in coda sotto la pioggia.
Il Candidato Presidente dell’Ucraina Michail Brodskij, non è riuscito ad entrare nel edificio del Comitato Elettorale Centrale presso cui si era recato per accertarsi di persona come stanno procedendo le elezioni. Il Servizio di Sicurezza gli ha impedito l’accesso in quanto gli ordini erano “di impedire l’accesso a chiunque eccetto i membri del Comitato”.
Fonte: Delovaja Nedelja
A Mosca, davanti al seggio allestito nell’ambasciata ucraina, la radio Echo Moskvi comunica si è formata un lunghissima coda di persone in attesa di poter votare e che sta bloccando il traffico. Da stamattina la tensione sta montando in quanto il seggio fin’ora non è stato aperto, sembra perché si è perso l’elenco degli elettori iscritti.
Fonte: Radio Echo Moskvi
In alcuni seggi del paese, riferisce Kommersant, sono stati distribuiti schede elettorali senza i nomi di alcuni candidati. In Kiev la poligrafica di stato sta ristampando un numero imprecisato di schede per sostituire quelle “difettose”. Nel frattempo nei seggi interessati le operazioni di voto sono fermi in attesa delle nuove schede, con persone accampate all’esterno.
Fonte: Kommersant
L'Ucraina: il Giorno della Scelta.

C’è un paese vasto come la Francia, in Europa, che oggi compie una scelta storica per il proprio futuro e il futuro dell’Europa. Sceglie, dopo tredici anni di ambiguità e crisi di coscienza dove stare. Con l’Europa, chiedendo l’apertura del processo di adesione e seguendo le orme dei paesi ex satelliti, o con la Russia, formando un blocco che non si sa dove andrà, ma sicuramente non laddove va l’europa.
Il paese è l’Ucraina e oggi elegge il proprio presidente. La Russia, cosciente della posta in gioco, si è spesa fino all’ultimo, arrivando ad annunciare ieri la creazione della doppia cittadinanza russo-ucraina. Il Presidente Putin ha visitato l’Ucraina quattro volte in ultimi due mesi. La Russia ha inviato finanziamenti e consulenti per sostenere i partiti filo russi.
Izvestja titola: “I Fiolorussi vs. Antirussi – il riassunto delle elezioni ucraine”.
La Russia ha fatto la sua posta sull’Ucraina. Mentre l’Europa?
Firmata la Costituzione Europea.

La costituzione europea che non ha voluto fare cenno ai valori cristiani dell'europa, si è fermata nella sala degli Orazi e Curiazi, sotto l'attento sguardo di un immenso papà Innoncenzo X. Una stupenda fusione dell'Algardi. Apprezziamo l'ironia dello scenografo.
“L’omicidio Matteotti” di Putin

(trad: Putin uccide la nostra libertà. Cecenia. Libertà di Parola. Elezioni)
Tutti insieme contro Putin “che uccide la nostra libertà di parola”. Comunisti, Democratici, Liberali, Unione delle Forze Democratiche ed Imprenditori; tutti i partiti di opposizione e il Comitato per le Elezioni Libere del 2008, sono fra gli organizzatori di quello che si preannuncia la più grande sollevazione contro il Presidente da quando Putin si è insediato al Cremlino.
Venerdì attraverso tutta la Russia correranno manifestazioni contro la sua decisione di abolire l’elezione diretta dei Governatori. La decisione è più formale che sostanziale, dal momento che le elezioni regionali sono a tal punto corrotte e manipolate, che esiste un vero e proprio tariffario e si sa già quanto serve pagare per essere eletto governatore. In ogni caso la difesa, almeno, delle apparenze è ideologica. Simbolica. Va appoggiata.
Lungo i nove fusi orari, iniziando da Vladivostok e procedendo verso ovest, nelle piazze delle principali città russe intitolate ai dissidenti del Zarismo e Comunismo, si riverseranno partiti, associazioni e semplici cittadini per dire Niet a Putin al suo maltrattamento della giovane democrazia. L’ultima manifestazione, quella di Mosca, si davanti alla Duma - la Camera Bassa, riempita da Putin, nelle ultime elezioni, di Sissignore – al cui interno diligentemente si approverà la legge sulla cancellazione delle elezioni a suffragio diretto dei Governatori dei stati federati.
Venerdì 29 ottobre. Potrebbe anche essere l’ultimo sussulto della società civile russa. Speriamo che sia un sussulto pacifico.
Ancora sulla Cina (poi basta, prometto).

Se uno protesta, gli dicono: spiacenti, doveva registrare il marchio in Cina. Ma Bruno Segala, un ex-operaio vicentino che costruisce con la sua "Helvi" saldatrici elettriche e macchine carica-batterie ed esporta in un centinaio di Paesi diversi il 92% della sua produzione, dice che lui l'aveva fatto ma non è servito a niente. Un ex-operaio cinese che lavorava per il suo distributore gli ha copiato le macchine vite per vite, rondella per rondella. Denunciato, è stato condannato a pagare 10 mila dollari di multa, sulla carta: "Mai visto nulla. E quello continua come prima".
BRUNO SEGALA, titolare Helvi di Sandrigo - VI
"Copiare i brevetti da parte dei cinesi è ormai una consuetudine, tanto che adesso si sono specializzati nella costruzione di macchine ad alta tecnologia perché quelle semplici già le fabbricano. Esistono legislazioni internazionali e accordi precisi, ma poi l'applicazione è un'altra cosa ... Basta con le produzioni a basso contenuto tecnologico, il sistema veneto deve cambiare modello Le nostre imprese non possono più fare da sole, ragionare come un tempo, questa è una battaglia che va affrontata insieme.
ADAMO DALLA FONTANA, vicepresidente Assindustria Vicenza
"La soluzione è la certificazione delle aziende esportatrici e dei prodotti cinesi venduti in Europa da parte di enti certificatori europei. Non dimentichiamoci poi che il fenomeno dei falsi è esploso nel nostro Paese quando i 'copiatori' italiani hanno cominciato ad essere copiati dai cinesi". Un buon motivo, a parere di Indicam, per fare pulizia anche in casa nostra.
CARLO GUGLIELMI, Presidente di Indicam, Istituto contro la contraffazione
"Con Ice e ufficio economico dell'ambasciata italiana, la Camera è uno dei canali d'ingresso nel Paese per le imprese che decidono di sbarcare in Cina ... Le aziende italiane iscritte sono 220 e sono aumentate del 30% rispetto al 2002. E provengono soprattutto da Veneto, Lombardia e Piemonte ... Un pericolo, in prospettiva, potrebbe essere le registrazioni di marchi apparentemente made in Italy. In Italia ci sono già produttori cinesi che hanno creato linee di prodotti contrassegnati da nomi italiani, e che li producono proprio in Cina ... L'Italia arriva in Cina trasponendo nello sbarco le caratteristiche del suo sistema economico, fondato sulla piccola impresa che si muove tendenzialmente da sola. Certo ci sono i consorzi: i calzaturieri del Brenta hanno appena aperto uno show room a Pechino. Gli altri Paesi sono più presenti in Cina perché le grandi imprese hanno fatto da traino creando proprie filiere di produzioni".
DAVIDE CUCINO, vicentino, presidente della Camera di Commercio italiana in Cina
"Certo che sbagliano. Bisogna esaltare la produzione italiana come garanzia di qualità che, alla fine si riflette positivamente anche sui prezzi. Sento parlare di prodotti 'ideati in Italia', oppure 'progettati in Italia'. Peggio: 'profumo d'Italia'. Tutte follie che condurranno alla scomparsa dell'autentico made in Italy. Invece è necessario identificare con nome e cognome e provenienza l'origine di un capo".
LUCIANO BARBERA, industriale tessile di Biella
"Più di dieci anni fa i cinesi importavano moltissime macchine utensili dall'Italia, per aumentare la propria capacità tecnologica e sviluppare le produzioni. Le importazioni continuano, ma da diversi anni molte società cinesi il più delle volte scelgono macchinari tedeschi invece che italiani. E' necessario svilupparsi e innovare continuamente".
QIAN CHUNYING, console economico e commerciale della Cina a Milano
E ora solo un dato: l'ottanta per cento delle aziende italiane del triveneto non sono segnalati su Google. (fonte: associazione industriale veneta). Poi spieghieremo a Ce...
Signori, niente panico.
Un giro alla Linea Pelle, in questi giorni alla Fiera di Bologna: “e a Padova, ci hanno [i cinesi] pure rilevato i locali storici del centro è una secchiata in faccia questi…”. “…guardi che l’anno prossimo non veniamo nemmeno più qui, guardi che dall’anno prossimo questo sarà un problema di tutti”. E nel Veneto? “C’ho messo qui, venga a leggere, Projected in Italy che la roba poi la confezioniamo in Romania…che i cinesi…" Ma che fa, vende un Projected in Italy?" "le dico venga a vedere…che anche voi russi…”
Ragazzi, un cinese! addosso…

Sulla concorrenza cinese la Lega torna alla carica chiedendo dazi per proteggerci (ci = i nostri produttori) dalle orde dei barbari orientali giunti alle porte del Castello italiano. I Cinesi ci copiano i modelli, è l’accusa.
E’ necessario al più presto informare l’onorevole Ce della Lega Nord, che i modelli – quelli copiati dai cinesi – sono esportati per l’ottanta per cento sui mercati esteri, e la Cina con i suoi cinquantamilioni di ricchi è una bella fetta di quel ottanta per cento. Non per niente il Presidente francese Jacques Chirac ha appena concluso il suo tour trionfale attraverso la Cina con tanto di prenotazione per gli amministratori delegati di Airobus, Aventin, Alstom (produttrice dei TGV).
Da noi invece si propone i dazi. Se l’onorevole Ce, con le proprie ricette da trioglidico dell’economia, si vuole sparare sui piedi, si diverta pure nel weekend a casa sua, ma non costringa l’Italia a farlo per il resto della settimana.
L’Italia, per sua natura volente o nolente, è il paese globalizzato per eccellenza. Dipende dal estero per quasi ogni sua materia prima, e dipende sempre dal estero per lo smercio di tre quarti dei propri prodotti finiti
Ottimo invece l’intervento dei radicali sul tema. Resta solo da capire perché chi ha le idee più serie è sempre fuori dal governo, in Italia.
E visto che parliamo di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare? (Totò).
Bush chiama Lukashenko "Dittatore" e gli mette l'embargo.

Quando il Congresso Americano ha varato una legge dal nome eloquente di "Belarus Democracy Act" (in inglese), nel 2003, Aleksandar Lukashenko, il Presidente della Bielorussia, la preferì ignorare. Quando questa legge è stata firmata da Bush, questa settimana dopo la farsa del referendum sui mandati presidenziali (leggi sotto), la Bielorussa di Lukasenko è formalmente sotto emabargo unilaterale degli Stati Uniti.
Ciò non significa: niente più Big Mac a Minsk, perchè "in prima fase l'embargo è di tipo economico". Finchè il Governo Bielorusso non soddisferà a pieno tutti i standard di libertà civili, Gli Stati Uniti d'America non manifesteranno aperture di crediti, restituzioni, assicurazioni e/o qualsiasi altra assistenza fiscale.
Entro un anno (20 Novembre 2005) la Casa Bianca dovrà inviare un rapporto al Congresso sulle "vendite di armi e tecnologie belliche dalla Bielorussia ai paesi sostnitori del terrorismo internazionale", nonchè fare un paio di conti nelle tasche perosnali di Lukashenko e dei suoi principali collaboratori.
Il comunicato della Casa Bianca spiega la decisione di Bush: "America è seriamente preoccupata degli eventi in Bielorussia ed è cosciente del suo obbligo di sostenere quei bielorussi che stanno combattendo per il riotrno della libertà nel paese". "Nel momento in cui la libertà sta faccendo progressi nel mondo, Aleksandar Lukashenko e il suo governo stanno riprecipitando la Bielorussia in un regime di repressione proprio nel cuore dell'Europa."
"Nella democratica Europa - ha concluso Bush - non c'è posto per un regime del genere", chiamando per la prima volta Lukahsenko "un ditattore".
E' mentre Bush scopriva dove sia la Bielorussia sulla carta geografica, l'intera opposizione bielorussa del Blocco Democratico è in galera, a seguito degli arresti alla manifestazione contro Lukashnko e il suo referendum. Addirittura Oleg Meteliza, coordinatore del movimento "Zubr", che alla manifestazione non ci è andato, è stato svegliato nel cuore della notte e incarcerato, forse, per solidarietà.
La Russia condanna l'azione americana, ma in modo svogliato: più per dovere. Almeno è questa l'impressione. Speriamo di non essere molto impressionabili.
Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti, di cognati...(E. Flaiano)
Ricordare che la scuola è importante per la trasmissione della nostra cultura, è inutile. Perciò non lo farò. Però polemizzare, un attimino, su cosa si sceglie di trasmettere e su cosi mozzare, nell’indifferenza comune, dal futuro bagaglio culturale di massa dell’Italia, è un’occasione troppo ghiotta per essere sprecata.
Non finirò di domandarmi perché mai, dai programmi scolastici liceali, sono esclusi personaggi di tale statura per la nostra letteratura e cultura come Ennio Flaiano (non includere il suo “Tempo di Uccidere” è liquidare un pezzo di letteratura italiana), Leo Longanesi, Mario Pannunzio, Giovanni Guareschi (perché imparare dai “Bellissimi di Rete 4 il Don Camillo?), Giuseppe Prezzolini, Benedetto Croce (dico non si studia a scuola Benedetto Croce) e – lo so è controverso, ma controverso non è sinonimo di escluso – Giovanni Gentile.
Su alcuni di questi – Pannunzio, Longanesi – la damnatio memoria sembra completa: i libri di Longanesi non si ristampano più. Gli archivi del suo Borghese non si trovano nelle biblioteche, ed in alcune, le bibliotecarie, non sanno nemmeno che fu mai edito, in Italia, un giornale come Borghese.
Beppe Severgnini, che legge sempre un pezzo de “La Vecchia Signora” nel suo Servergnini alle Dieci (SKY TG 24, domenica ore 10.00), avvisa sempre: “inutile cercare in libreria”. Se uno non lo ho mai conosciuto Longanesi, per forza non cerca i suoi libri, e le case editrice non lo ristampano per mancanza di domanda (ad eccezione de Longanesi Editore, si spera). Severgnini lo ama, probabilmente, perché frequentava Montanelli, non la scuola.
Firmiamo una petizione, facciamo qualcosa, per includere questi autori liberali nei programmi scolastici. Leggerli, male non fa, per la futura Italia.
Mica si vota solo negli States/2.
Si è votato in Bielorussia per il referendum sul il terzo mandato al Presidente Lukaschenko (vedi post sotto). L’affluenza (il grande cruccio della vigilia) è stata di 80,6 % i “sì” per Lukaschenko pari a 77,3%. Questo ufficialmente.
Gli “osservatori” russi, inviati dal Parlamento russo – a sua volta eletto con “gravi lesioni al processo democratico, OCSE” - giurano sulla regolarità del voto e sulla limpidezza dei risultati. Vladimir Rushailo, capo degli osservatori russi, ha definito il referendum “democratico, libero e trasparente”. Rushailo, immaginiamo, sarà venuto col binocolo, dal momento che tutti gli osservatori internazionali sono stati tenuti a 60 metri di distanza (per non alitare sul collo?) a guardare i commissari che si sussurravano all’orecchio qualcosa e si passavano dei bigliettini.
Per l’OCSE - che già alla convocazione del referendum lo ha definito “non conforme alla legge” - che non ama giocare al birdwatching, invece “il processo di voto non è conforme agli standard dell’OCSE” e ancora “è da condannare l’uso delle risorse finanziare pubbliche impiegate a fini di parte”. (ovvero Lukashenko anziché costruire le strade, con i soldi delle tasse, faceva campagna per il suo terzo mandato).
L’agenzia demoscopia inglese Gallup, ritiene il vero numero degli elettori che si sono espressi a favore del terzo mandato di Lukashenko, non supera il 46,8%, dunque sarebbe mancato anche il quorum del 50+1. Ma con la Gallup se la sbriga la Presidentessa del Comitato Elettorale Centrale, sig.ra Lidia Ermoschina: “adesso vado negli Stati Uniti – ha tuonato in conferenza stampa, dimenticando che la Gallup è inglese, non americana – faccio il giro di un paio di seggi, faccio un paio di telefonate e dichiaro che i risultati non corrispondono alle mie stime denunciando tutti come truffatori”. In questo caso consigliamo a Ereshina, di iniziare dalla Florida. E non importa nemmeno che si scomodi a fare il giro dei seggi.
Segnaliamo un solo episodio di questo referendum. Sembra che in un seggio nel sud del paese, la commissione elettorale si sia confusa fra le pile delle schede bianche da distribuire subito agli elettori, quelle regolari, e la pila di quelle già compilate col Sì, da aggiungere dopo, durante lo spoglio. I poveri elettori si sono cosi trovati in mano le schede già compilate, fortuna che la commissione non si è persa d’animo, ha sostituito le schede con quelle regolari, si è scusata per il disagio e ha invitato a continuare tranquillamente. Che ogni voto, in democrazia, conta.
Mica si vota solo negli States.
Che senso ha di dibattere sulla sottile legittimazione internazionale della guerra in Iraq, quando c’è un signore, in Europa, che fa un tanto al chilo, a occhio, come certi macellai, con la legge? La stampa italiana probabilmente ne ignora il nome, perciò non ne narra le gesta. Il signore è Aleksandar Lukaschenko, presidente della Bielorussia (che è una nazione che sta qui in Europa, caso mai qualcuno se ne fosse scordato l’esistenza).
Lukashenko è impegnato in un referendum per levare il limite costituzionale che gli impedisce di ricoprire la carica presidenziale per più di due mandati. Ha voglia di lavorare di più, lui.
Bisogna dire che Lukashenko di referendum ne è un esperto avendone già indetto uno per allungare la durata del suo cosiddetto “mandato”. (mandato dal suo Super Io, si intende). Questo è particolare: convocato colla presunzione di osservare scrupolosamente la costituzione, tiene accuratamente nascosto ai bielorussi che la costituzione stessa vieta qualsiasi referendum sui mandati presidenziali.
Devono andare a votare metà più uno dei sudditi perché il referendum sia valido. E questo passaggio della propria costituzione Lukashensko sembra averlo letto. Ma si va ad occhio: dal momento che la Gallup (istituto inglese di sondaggi) stima che, fra chi andrà a votare, coloro che voteranno sì per Lukaschenko - il calcolo include i costretti, convinti, consigliati e avvertiti di ogni sorta - saranno 40%. E dunque, come vuole la tradizione della grande democrazia bielorussa, i bollettini che dovrebbero essere aggiunti aum aum, saranno fra i 400.000 e i 800.000 (stima Gazeta.ru), dipende da quanto avranno fatto i bravi i sudditi.
E sempre per tenere al bando le formalità e fare una cosa sbottonata fra di noi: ovvero portare alle urna il 50+1 dei elettori - affinché questo referendum costituzionale vietato dalla costituzione sia valido - si fa sempre ad occhio, come in macelleria. (quelle di una volta, col macellaio che ha la matita appoggiata sul orecchio).
“Nell’ultima settimana , denuncia Boris Nemzov, leader della Unione Democratica di Destra russa – partito, a sua volta, ridotto a dimensione famigliare da Putin – dalle liste elettorali sono spariti 131.000 elettori”. Ii 7,1 milioni aventi diritto, dalla mattina alla sera, sono diventati, 6,971,000.
E poi c’è anche una legge regolarmente approvata (si fa per dire) che vieta di fare campagna contro il referendum.
Partiti con un’attrezzatura del genere, se si perde è proprio una gran figura di me…
Un po' di Country, Boy. Siamo col Presidente.

Sulle armi di distruzione di massa, le acrobazie della coalizione non sono ancora finite. Stasera, sulla BBC, un arzillo aiutante di Blair, ne ha fatto uno carpiato col triplo salto mortale.
Precisando che, pur in ogni caso, è un mondo più sicuro quello senza Saddam; che, quando ci sono andati, erano tutti in buona fede: ingenui e casti come certe ragazze di buone famiglie, convinti di trovarci solo stock di gas tossici, missili, granate, passamontagna e la pianta della Casa Bianca.
Che ci sono rimasti male anche loro, per non averci trovato ne un barile, magari scivolato sotto qualche letto, ne un documento che possa trasformare un mucchio di fantasie in qualcosa su cui si possa discutere e tirare un bilancio un attimo più serio rispetto a quello che ci vogliano a tutti i costi imporre. (Prima ci siamo andati per la difesa, "preventiva" ma pur sempre difesa. Poi, col passare del tempo, e nessuna arma all'orizzonte, i motivi diventavano sempre più platonici: la difesa dei diritti civili, la democrazia da esportare, alla scoperta dei tesori babilonesi).
Ora questo assistente di Blair, di cui mi mangio le mani per non aver colto il nome, dichiara alla BBC - non senza un certo sorriso da piazzista - che è vero: i piani di riarmo non ci sono, però è come se ci fossero perché “sono gelosamente custoditi nella mente degli scienziati di Saddam”. (bel salto: atterraggio morbido a braccia aperte, pubblico in delirio: clap! clap! clap!)
Ne ho una migliore: i documenti c'erano, ma erano scritti col inchiostro usato nelle elezioni in Afghanistan.
Emmenthal

Virtual (commento al post, qui sotto) segnala la chiusura del sito Indymedia, la rete di contro informazione nata dal movimento no global. La rete è gestita dai giovani volontari di tutto il mondo, convinti che l’informazione mondiale sia filtrata dalla multinazionali.
Non si conoscono ancora i motivi del sequestro, e questo è abbastanza grave per un paese che non sia la Cina.
Probabilmente c’era pubblicato del materiale diffamatorio. O forse, come si sussurra, la chiusura immediata è stata disposta per la pubblicazione di alcune foto dei agenti segreti svizzeri che lavoravano sotto copertura.
Più che di Indymedia, in questo caso, dovremmo preoccuparci della cosidetta “copertura” dei nostri vicini servizi segreti svizzeri.
(vedere illustrazione).
Democrazie Canaglie

Penso che serve chiarezza. Stiamo combattendo una guerra per (1) rendere il mondo più sicuro o (2) per esportare la democrazia liberando dal giogo della tirannia popoli incolpevoli?
Per quale delle due siamo a farci esplodere in Iraq o a trasportare bollettini elettorali sugli asini in Afghanistan: mistero. La differenza è grossa e per nulla cavillosa. Spieghiamola qui per i copywriters di Bush. (ammesso che sappiano l’italiano).
Democrazia non è moderatezza.
Democrazia non è sicurezza.
Democrazia non è ragione.
(Lo è nei limiti, nei paesi in cui la maggioranza relativa della gente ha la pancia piena e la mente rilassata).
Se vogliamo esportare la democrazia nel mondo, probabilmente lo renderemo più insicuro. Quando le elezioni si tengano in paesi con masse di affamati e diseredati, vincano i partiti più estremisti e nazionalisti. E’ una regola. Al posto dei cari vecchi e corrotti amici del occidente, ecco apparire sulla scena gente che ha le idee chiare, e sa da che parte sta il ragazzo cattivo (in occidente). Proviamo a tenere delle libere elezioni in Pakistan, ad esempio, e congedare il nostro amico Mussharaf. Teniamole in Egitto. Avremo tanti paesi democratici, e tanti paesi canaglia che freneranno dalla voglia di dircene quattro.
E’ vero c’è la soluzione di una democrazia “controllata” - “guidata”, come piace a Putin – modello Turchia o Algeria. Dove c’è una bella commissione militare che dice l’ultima sul esito del voto: non ci piace, avanti un altro. Ma saremmo d’accordo che questa non è la Democrazia, è la Russa fra qualche annetto.
Se stiamo combattendo, invece, una guerra per rendere più sicuro il mondo (leggi l’occidente), diciamolo chiaramente. “Si va da questo perché non ci vuole bene e dice che ci farà tanto male, e visto che non siamo masochisti lo precediamo noi. Che siamo anche più grossi e puliti.” Il ragionamento fila, e al Pentagono lo chiamano "Dottrina Preventiva".
Però lasciamola da parte la storia della democrazia da esportare che, inattuabile, creerebbe solo una fila lunga e tortuosa di paesi canaglia. Democratici, ma canaglia.
E poi anche per i pacifisti, l’ha faremo più semplice.
I tifosi prendono posto sulle gradinate...
Nella corsa presidenziale alla Casa Bianca, il Cremlino ha scelto: è Bush che deve vincere (mettiamola meglio: il Cremlino si auspica certe cose). Fra un auspicio e un altro, è ormai da giorni che la tv di stato è piena di dichiarazioni anti russe di Kerry e dell’ex segretaria di Stato di Clinton, Margarite Albright.
Deliri anacronistici, tende a precisare lo speaker per i meno avvezzi alla sottile retorica televisiva. Ne è affetto anche l’ex premier italiano Giuliano d’Amato - firmatario della famigerata lettera dei 115, indirizzata all'Onu, e dove si esprime la massima preoccupazione per la svolta autoritaria in Russia - quel "ex" è particolarmente calcato. E giù a mostrare le pacche di Berlusconi…