La forza sottile della Legge.

Oggi aspettiamo la decisione della Corte Suprema dell’Ucraina sul chi sia il vincitore delle elezioni presidenziali della settimana scorsa. Che non sarà la parola fine ai disordine, c’è da giurarci. La Corte, nominata per intero da Kucma, dovrebbe essere stata abbastanza avvertita, nelle intenzione dell’opposizione, dalla folla scesa, o meglio mai andatasi, in piazza che – e proprio il caso di dirlo – a furor del popolo ha già spinto il parlamento a votare una mozione che dichiari le elezioni “illegittime” e sfiduci in massa l’intero comitato elettorale.
E qui, in parlamento, si sono viste le prime crepe nel file di Kucma e del suo designato Jankovich, quando parlamentari loro hanno votato la mozione dell’opposizione oppure non si sono presentanti. In ogni caso il parlamento, si dice, non è legittimato ad esprimersi e la sua posizione è una posizione squisitamente politica. Di supporto morale. Chi è legittimato è la Corte Suprema, che si deve esprimere oggi.
Qualsiasi cosa dica, la Corte Suprema, di scontenti ne avremo. Jankovich, il candidato filo governativo che si è visto sfilare la poltrona del presidente proprio dal sotto naso, non ci sta e, annusato, l’aria, e soprattutto le delibere, che tirano, ha convinto i governatori della parte del paese a lui fedele, quelli a maggioranza russa, di minacciare l’indipendenza nel caso che Jiusenko, il fascista occidentale, venga nominato – non si sa mai- presidente.
Detto fatto: la conferenza delle autonomie a maggioranza russe si sono riuniti, ha votato, e ha deciso di diventare una repubblica indipendente. L’opposizione non ci sta, urla alla secessione e chiede alla magistratura di intervenire. La magistratura, fedele al motto chi non fa non sbaglia, si limita ad espellere il sindaco di Mosca e un giornalista russo, arrivati a solidarizzare, per “attività ostili al processo democratico ucraino”. Quanto a lungo continuerà il cosiddetto processo democratico, lo vedremo. E leggeremo.
E invece la rivoluzione c’è.
Lukasehnko, Putin, Kucma. Meno uno?
Ho sbagliato, e Marco Masi ha ragione, nel aver valutato il sistema politico ucraino più forte di quello che si sta rivelando ora, facendo acqua e crepe da ogni parte, solo su qualche impressione e un paio di telefonate. Ho sbagliato nel sottovalutare la passione della società civile ucraina, giovani e studenti in prima fila, e la loro voglia di cambiamento. Ho sbagliato perché ho pensato troppo all’Ucraina avendo in mente la Russia e proiettando gli eventi di Kiev come se stessero accadendo a Mosca.
E oggi, lui però da Ucraina, un ‘altro russo fa ammenda, Valerij Paniuskin del Kommersant, anche lui convinto che la lunga e tentacolare rete della politica ucraina avrebbe saputo strozzare questo germoglio di libertà. E oggi in un lungo editoriale sul Kommersant, in toni quasi poetici – o patetici che si voglia – si dichiara “invidioso” perché, forse, lui da vivo non vedrà mai scene del genere per le vie di Mosca. Libertà, libertà ,libertà ovunque, in ogni angolo della strada.
E ancora una volta sono d’accordo con lui. Questa volta, però, volendo sbagliare.
Sperando che non sia Jusenko, paradossalmente, a soffocare il germoglio della libertà una volta catapultato nel seggio del presidente-autocrate dalla piazza. E’ un problema di controbilanci costituzionali, assenti sia in Russia che in Ucraina, che sembra essere fatta a posta per invogliare alle peggiori ambizioni. E Jusenko, lo ripeto, è ambizioso.
Perché non ci sarà alcuna rivoluzione in Ucraina.

E’ opinione corrente che in Ucraina sta avvenendo uno scontro fra due sistemi e due diverse concezioni della società. Da una parte quello famigliar-mafioso del Presidente Kucma e del suo protetto Jankovic, legato alla Russia e guardingo verso l’Occidente. Dall’altro quello democratico liberale che guarda verso l’Europa, e spinge per una maggiore apertura e occidentalizzazione del paese, incarnato da Iusenko.
Questa lettura, a mio avviso, è inesatta. In questi giorni ha avuto, per lavoro, diverse conversazioni con clienti ucraini, e con Olga, precipitata da Mosca a Kiev per farsi picchiare dai manganelli della polizia ucraina (non contenta di quella russa).
L’impressione è che piuttosto che allo scontro fra due sistemi, stiamo assistendo allo scontro dentro il sistema. Iusenko è un prodotto genuino dell’intreccio politico mafioso che governa l’Ucraina fin dalla sua indipendenza. E’ stato già Primo Ministro – nominato da Kucma, il presidente dimissionario coinvolto fino al collo nella melma della corruzione e traffico d’armi – prima del suo oppositore Jankovic. Iusenko è piuttosto una stortura del sistema politico mafioso ucraino, che ha lanciato una sfida dal suo interno.
La differenza non è formale. Il sistema politico mafioso, soprattutto nei paesi dell’Est, ha uno spirito innato all’autoconservazione e riesce, arrivato a un limite di tensione, a levigare le proprie storpiature. Da questo punto di vista la situazione che vediamo vivere l’Ucraina è diversa da quella serba, di Belgrado, o quella georgiana di Tibilissi. Là avevamo assistito a una sfida della società civile alla mafia del potere ma – e qui è la differenza sostanziale – questo senso di rigetto era guidato e incanalato da una leadership esterna, al di fuori del sistema stesso.
La passione con cui la società civile, giovane, occidentalizzata, acculturata, ha risposto all’appello di Iusenko ha confuso in primo luogo lui stesso. La società – e l’Europa – per lui è un mezzo per un cambio al vertice del sistema, da mafioso a mafioso, che non per questo dovrebbe cessare di essere mafioso. Non so se qualche giornale ha pubblicato una sua biografia: è quella classica di un uomo di mafia.
Se poi, il rigetto della società civile sarà cosi forte da spazzare via e tutti, Iusenko sarà incluso in quel "tutti". Una volta sdoganato un sistema alternativo, sarà scavalcato da personaggi nuovi e con un altro tipo di passato. Come a Belgrado, come a Tibilissi. E lui lo sa.
Ma questo è un caso remoto, il sistema – nonostante quello che ci può sembrare da qui – paradossalmente è compatto e forte. Basti pensare che Iusenko ha dichiarato che licenzierà chiunque gli consiglierà politiche antirusse.
Cambiare affinché nulla cambi.
NON CI SARA’ ALCUNA RIVOLUZIONE IN UCRAINA.

Gli osservatori dell'OCSE non hanno riconosciuto le elezioni come valide.

La Comissione Elettorlae si è messa sotto la protezione del governo, subito dopo aver dichiarato il vincitore.

L'opposizione si oppone.

Nonostante tutti i allarmi dei media internazionali (vedi BBC) la situazione in Ucraina non rischia affatto la degenerazione. Secondo il sempre affidabile Gazeta.ru l’opposizione non sa che farsene della folla scesa per la strada, e sarebbe piuttosto orientata a riconoscere la sconfitta, deliberata dal Comitato Elettorale Centrale dopo pranzo.
Una fonte della Nostra Ucraina, il partito dell’opposizione, avrebbe dichiarato all’inviato di Gazeta che Jusenko avrebbe chiesto ai socialisti di prendersi in carico l’organizzazione delle manifestazioni contro la presunta falsificazione delle elezioni. Di fatto, al momento, tutto la folla assiepata nel centro di Kiev è senza guida ne scopo. L’opposizione e Jusenko non aveva, semplicemente, alcun piano per il dopo elezioni.
Jusenko non è affatto, come si crede, un uomo contro il sistema. Jusenko è stato Primo Ministro, prima di Iunkovich - il candidato governativo da oggi il nuovo presidente dell’Ucraina. Jusenko è una genuina espressione del sistema e nella sua protesta non è disposto andare oltre il lecito.
Mentre la folla dei suoi supporters è rimasta senza direttive a vivacchiare in piazza, e a guardare i filmati promozionali di Jusenko con la canzone strappalacrime: "I will always love you". E qualcuno in effetti ha pianto, riferiscono i testimoni.
Come si comporterà la folla, non lo sa nessuno. Incluso chi l’ha convocata.
L’OCSE ha dichiarato le elezioni “non pulite”, senza per l’altro fornire nessuna prova concreta. La Russia ha già riconosciuto il risultato elettorale. E pare che anche al Cremlino stanno cantando "I will always love you".
Sta suonando: "I will always love you". Non piangete: voi non abitate in Ucraina. (Forse: la rete è internazionale).
Elezioni Ucraine: Shevcenko e la TV Russa Prendono Posizione.

Numerosissime, per l'OCSE, le violazioni in tutto il paese. Tutto a posto per gli osservatori russi, invece. Il comitato centrale dichiara di aver scrutinato al momento il 75% di schede con un vantaggio di Jankovic, il candidato governativo, del 2%. Non sono state comunicate le regioni del paese ancora da scrutinare, perciò è difficile predire la futura tendenza dei risultati, laddove i due candidati hanno forti simpatie nettamente su base geografica.
Continua lo spoglio per il ballottaggio alle elezioni presidenziali in Ucraina. Nei giornali europei di questa mattina si davano le elezioni già per belle e manipolate, in genere solo perché in vantaggio è il candidato del governo.
Iusenko, che incassa da Milano l'appoggio di Shevcenko, è il leader dell'opposizione e ha già rifiutato, questa mattina, di riconoscere i risultati di alcune regioni dove, dichiara, i risultati sono stati palesemente falsificati. A differenza del Financial Times – secondo il quale i risultati sono falsati solo perche Jankovic è in vantaggio - lui ha le prove. Nello stesso tempo il suo Quartiere Generale, che sta conducendo un conteggio parallelo delle schede, dichiara che stando ai loro dati l’Opposizione sarebbe addirittura in vantaggio di un bel po’, oltre il 50% delle preferenze accordate.
I giovani di Kiev, schierati in massa per l’Opposizione, si sono raccolti fin dalla giornata di ieri nella paizza dell’Indipendenza a Kiev per seguire i risultati sotto le note di gruppi rock e underground. Jusenko li ha invitati stamattina “di non andare a studiare” ma “di essere sempre pronti a difendere la volontà popolare”.
E mentre i giornalisti occidentali si affanno a mandare pezzi su un’imminente rivoluzione, la tv russa – che ha schierato a Kiev una pletora di giornalisti laccati – da degli “ingrati” ai Ucraini, se avessero votato per Jusenko. Ma è opinione corrente che la Commissione Centrale dovrebbe correggere questa ingratitudine.
Oltre a studiare (?) lavoracchio anche nell’azienda di famiglia, dove mi occupo di spedizioni diretti in Ucraina. In genere, la merce arriva dall’Asia, via aerea, al Scalo Merci di Malpensa. Quello dove si arrestano allegri “furtatori” ogni settimana. Negli ultimi mesi non c’è stata una singola spedizione passata indenne da Malpensa. Neanche una. Se va avanti cosi, bisognerà assumere qualcuno solo per sporgere querele contro la SEA, società aeroportuale milanese. Se arrivano dei cellulari – e arrivano dalla Corea o Cina - va in scena una vera e propria razia da scacco a Roma. L’imballaggio arriva a Bologna in uno stato cosi pietoso, da pensare che abbia passata la nottata in una cella con decine di tigresse in calore; e non mezz’ora di attesa a Malpensa.
Qualche volta, nella fretta, capita che ci si scorda di raziare i libretti di istruzione o il carica batterie. Per i libretti, vada: sono scritti in russo. Ma il caricabatteria?! Mi fanno pietà: uno rischia un’intera carriera e poi si dimentica il caricabatteria. Cellulare inutilizzabile.
Io ho iniziato un’intera collezione, dei caricabatterie. Se qualcuno dei galantuomini di cui sopra dovessero leggere queste righe, mi contattino: ne ho un intero cesto da distribuire anonimamente (per carità cristiana). Per quel che ci servano.
La riflessione è un’altra. La riflessione è che noi tutti ci facciamo, qui, la figura di un paese del terzo mondo. La figura di coloro che non hanno la volontà politica di combattere questi fenomeni. Basterebbe, invece, poco: basterebbe installare un sistema di videosorveglianza, serio, per dissuadere i maliziosi e castigare i peccatori.
In alternativa è sufficiente che la SEA mi assuma come magazziniere non qualificato. Avrei almeno l’accortezza di usare il taglierino anziché le mani. E di prendermi il caricabatteria.
C'è sempre un motivo.
Molte canzoni, del resto, parlano d’amore.
«Sì, ma tutto quello che sta capitando nel mondo finisce per riflettersi, per scaricarsi addosso a chi si ama. Prendiamo anche la coppia più innamorata che c’è e mettiamola davanti a un telegiornale: via via che passano le notizie, sono sempre meno innamorati. E anche per quelli che non guardano la tv e non leggono i giornali è uguale: il rumore di fondo è talmente forte che chiunque ne esce scalfito, segnato». Celentano.
Il nuovo album si intitola «C’è sempre un motivo» e,a differenza degli ultimi, non è manierista né patinato. Già nel primo brano «Ancora vivo» versi elementari e un accompagnamento ritmico monotono consentono a Celentano di attirare tutta l’attenzione sulla sua magistrale interpretazione. Il minimalismo contestuale lo stimola in audio e in video. Le canzoni folgoranti sono tre: «C’è sempre un motivo», «Lunfardia», e «Quel casinha». Il primo, firmato da Carlo Mazzoni, è quasi un rap in cui il testo, un ragionato percorso a ostacoli, si avvita alla perfezione su combinazioni di ritmo, fonè e melodia. Gli incastri, i toni un po’ nasali, il crescendo, le armonie, gli arrangiamenti, un contrappunto vocale usato in chiave percussiva, ne fanno in assoluto una delle canzoni più riuscite della carriera celentanesca.
«Lunfardia» è un inedito in lunfardo, un dialetto argentino, scritta da Fabrizio De Andrè e Roberto Ferri che Dori Ghezzi ha offerto a Celentano ritenendo la canzone molto adatta a lui. Il risultato le dà ragione: il galeotto bandoneon di Richard Galliano proietta Celentano in una dimensione etnico-esotica inusuale di grande spessore. Situazione che si ripete con accenti diversi nella riproposta in chiave... capoverdiana (creolo-portoghese) del «Ragazzo della via Gluck» che rinasce in un magico duetto con Cesaria Evora e con una riscrittura del testo che parla di «una piccola casa sul pendio nel sole e nel vento, un palazzo di pietra e di calce».
Mario Luzzato Fegiz, Corriere della Sera.
C’è un rimedio possibile? Lei avrebbe un consiglio da dare?
«Io credo se tutti i potenti del mondo non intervengono dove c’è la piaga centrale e si occupano solo delle ferite periferiche, non ne usciremo mai». Celentano.
E dov’è il centro di tutto?
«Nella questione fra Israele e palestinesi. Se non diamo i confini ai palestinesi, con tutti i torti che possono avere, se non disegniamo i loro confini, la piaga non guarirà mai». Celentano.
Per anni, nei film e nelle canzoni lei ha parlato della speranza, della fiducia in un mondo migliore. Ma da tempo il mondo sembra andare all’incontrario dei suoi pensieri.
«Ed è per questo che sono inquieto. Forse, quest’inquietudine è nata dal benessere raggiunto molto, troppo in fretta. Che è anche un bene, voglio dire, come il progresso, ma si porta dietro cose negative. Un esempio semplice, forse sciocco, ma che mi colpisce: i quiz in tv, uno telefona e vince un miliardo. Non è giusto, così si incitano i ragazzi a non lavorare, a non capire il valore delle cose». Celentano.
Lei non ha mai fatto mistero della sua religiosità. Oggi, però, in nome della religione si fanno le guerre.
«Purtroppo ci sono sempre state. Ma io continuo a credere che la vera religione vuole la pace. Per evitare pericolosi equivoci, io ritengo necessaria la distinzione fra lo Stato e la religione». Celentano.
Per la questione della religione, Rocco Buttiglione ha dovuto rinunciare all’incarico nella Commissione europea.
«Ho letto i giornali. E, se come dicono, lui ha risposto alla domanda su cosa credeva, e poi ha detto che comunque la sua fede non avrebbe influito sul suo incarico, allora penso che a Strasburgo abbiano sbagliato a estrometterlo. Però ribadisco che Stato e religione, leggi e fede debbano essere assolutamente distinti». Celentano.
Da comprare. Già comprato.
Anna Politovskaja: suoneremo di notte i campanelli al Cremlino...

Stiamo preparando una intervista radiofonica ad Anna Politovskaja dal titolo "Come perdere ascoltatori in una radio musicale". Se avete dei suggerimenti per domande intelligenti (sul suo presunto avvelenamento, ho l'esclusiva io) mandatemi un email. A quelle non intelligenti, ci pensiamo noi.
Se nemmeno sapete che sia la Politovskaja, telefonate in diretta per fare i complimenti alla trasmissione. Che senno ci chiudano. In ogni caso, c'è un suo ritratto del Guardian in giro: è molto esaustivo. Talmente esaustivo che se qualcuno lo trovasse, potrebbe farmelo avere? Che con Google non trovo più niente.
Sarà Putin?
Un Weekend Rivoluzionario.

Rivoluzione delle Rose, di Velluto, di Margarite e anche di Mandarini. Più che rivoluzioni sembrano sagre di primavera. Sabato e domenica la piccola regione di Abkhazia - quella a maggioranza di popolazione russa ma ufficialmente parte della Georgia, classico esempio degli intrecci etnico politici lasciati dalla dissoluzione del urss nella regione – ha vissuto la sua rivoluzione, già soprannominata dei Mandarini, per non essere dimeno a quella delle Rose avvenuta a Tibilissi, capitale della Georgia, tempo fa. Rivoluzione dei Mandarini: chi inventa questi nomi, non si sa. Forse i giornalisti. Personalmente non ho visto un mandarino in tv.
La storia è di quelle belle. Una repubblica caucasica nominatosi indipendente ma da nessuno riconosciuta, ha tenuto delle elezioni da nessuno riconosciute (ma da questo Blog, sì :)) per eleggere il proprio nuovo presidente.
Come avviene ormai sovente all’Est dopo le elezioni si passa ad atti vandalici per “impressionare” la commissione elettorale e dimostrare il senso civico dei propri supporter che, a differenza dell’Europa, alle elezioni qui ci si appassiona. Può succedere cosi che la Commissione Elettorale deve deliberare assediata fisicamente da entrambe le parti dai calorosi supporter dell’uno e dell’altro candidato. Che incendiano i cassonetti, bloccano gli autobus e sparano in aria. Nel dubbio vince il candidato governativo.
E’ successo a Tibilissi. E’ successo, questo weekend in Abhazia. Dove una colorita folla di pensionati – mentre gli uomini “impressionavano” - ha invaso il palazzo del governo si è servito nel buffet presidenziale, si è fatta riprendere sulla poltrona, dietro alla scrivania, ha scritto una lettera al presidente della Russia Putin, con tanto di mobilitazione di una insegnate di lingua russo dalla scuola vicina per non incampare in errori di ortografia, e se ne è andata portando via fax, telefoni, tappeti, lamapade in una sorta di esproprio proletario del contribuente (“da noi viene, a noi torna”).
Allibito, il candidato governativo, ha parlato di un colpo di stato. E i giornalisti giù a parlare della rivoluzione dei Mandarini…
Nel frattempo, in qualche villaggio dell’Abhazia, un gruppo di vecchiette prova ad attacare un fax...
Perchè la Lituania è più seria.
Io quando lo sento gli credo. Tagliamo le tasse, gli credo. Facciamo la metro a Bologna, gli credo, a maggior ragione se cerchiato con un pennarello nero su una mappa. Saremmo noi italiani i primi a rattificare la Costituzione Europea (con la maiuscola), gli credo. Poi scopro che è la Lituania il primo paese a farlo. In silenzio, senza proclami in eurovisione.
E' il momento di una citazione di Churchill. "L'ingegno politico è la capacità di predire ciò che accadrà domani, la settimana prossima, l'anno prossimo e quindi, a cose fatte, saper spiegare perchè le predizioni non si sono avverate." Da noi la classe politica è senza l'ingegno. Le cose le predice, puntualmente non si avveranno, e li senti a Ballarò che siamo noi ad avere avuta una impressione sbagliata. Le cose si sono avverate e pure a colori. Solo che noi non c'eravamo. E se c'eravamo, eravamo in bagno.
Un'altra tranquilla giornata è iniziata nel Mondo.
Arafat è deceduto, mettendo finalmente fine ai impazienti titoli di Libero che lo davano per spacciato sistematicamente ogni giorno, per un’intera settimana di fila. Se non moriva di suo, c’era da giurarci che l’inviato a Parigi avrebbe tentato di entrare a forza nel ospedale per staccare personalmente la spina.
In Ucraina a una settimana e mezzo dal primo turno di elezioni presidenziali la Commissione Elettorale, dopo la valanga di critiche piovute dall’Europa e dagli States, con un gesto di stizza ha riconosciuto finalmente un leggero vantaggio al candidato d’opposizione del 0,55%. "Tò pigliate, er morti di fame".
A Falluja è partita la pulizia contro i terroristi/resistenti, un ultimo disperato tentativo del Governo Iracheno di riportare una parvenza di tranquillità e tenere le elezioni. Riusciranno? Una volta che gli abitanti della città, temporaneamente sfollati per la pulizia generale, ritornano, riaprano i loro negozi, rieniziano i traffici, quanti possibilità ci sono che il network di alleanze dei terroristi/resistenti cosi duramente piegato si ricostituisca? Più di quelle di un'onesta elezione irachena.
L'Indispensabile membro delle forze armate. In giro di una settimana.

Mi scuso per la latitanza, ero nel mentre a: 1) sistemare la grafica del blog, che non è ancora definitiva e non dovrebbe esserlo mai 2) cercare di finire finalmente le Anime Morte, Gogol sospeso da mesi, ma troppo divertente per essere abbandonato (a me le Anime Morte fanno ridere, di più: fanno sbellicare dalle risate) 3) diplomatizzare con l’ambasciata russa d’Italia che – sarà coincidenza, sarà sfiga – ad una settimana scarsa da quel evento memorabile dell'aggiunta del mio nome all'elenco del Comitato Elezioni Libere 2008 (leggi sotto), mi ha contestato una decina di infrazioni amministrative che vanno dal non aver rinnovato il passaporto scaduto al non essermi registrato presso la sede consolare appena arrivato in Italia.
Per concludere sono stato dichiarato disertore e renitente alla leva col pressante invito a “ costituirmi entro 30 giorni dalla ricezione della presente alle autorità competenti per scontare il fermo amministrativo come da legge Federale (tre mesi di galera n.d.t.) nonché provvedere a compiere il suo dovere a disposizione dal Collegio Militare città di Mosca. Passato inutilmente tale lasso, trasferiremo la sua pratica al tribunale militare del suo collegio di appartenenza come da codice militare bla bla bla ivi inclusi l’applicazione bla bla bla l’arresto da un minimo di anni due ad un massimo di anni cinque bla bla bla la presente sede consolare provvederà ad attivare ogni azione utile presso le autorità del paese di sua residenza (Italia ndr) come da disposizione bla bla bla accordi bla bla bla legge federale”.
Le auguriamo buona giornata.
Averi potuto diventare anche un bravo soldato, scriveva Twain, sapevo più cose sulla ritirata del tizio che l'ha inventata.
Post personale.

Oggi è una giornata per me molto importante. Anzi incredibile. Il Comitato 2008 Elezioni Libere, ha aggiunto il mio nome ai 1534 “attivisti, giornalisti, intellettuali, privati ” cittadini russi che “si oppongono resistenza alla omertà diffusa e combattono con i mezzi a loro disposizione, per la sopravivenza della democrazia, libertà di parola e rispetto dei diritti umani in Russia”.
Ora, penso di scriverli che solo per il fatto di aver postato svogliatamente un paio di post, su un blog da venti visitatori al giorno, probabilmente non mi autorizza a comparire nel elenco con i maggiori attivisti russi da Kiselev a Patomskaja, da Hakameda a Nemzov e Berger. Penso di farlo via posta, una raccomandata. Non è falsa modestia, è per evitare che gli altri si chiedano "e questo chi cazzo è?"
Il Comitato 2008 Elezioni Libere (manifesto in lingua inglese) è presieduto da Garri Kasparov, l’ex campione mondiale di scacchi. Raccogli quasi tutti i giornalisti, autori ed intellettuali russi non allineati, di diverso orientamento politico, ma uniti dalla voglia di salvare la democrazia russa. Funge da coordinamento fra i due grossi partiti di opposizione al putismo, che si sono trovati in un angolino insieme, pur essendo distanti fra di loro anni luce: il Partito Comunista Russo e l’Unione Democratica di Destra (jabloko, hakemda già inclusi dentro).
E ora ci hanno messo un Nalon Serghei, studente, giornalismo, Bolognie (alla francese), Italia.
Scusate l'autopromozione: in altri casi sarei il primo ad esserne scandalizzato.