L'aumento fino a 3 volte del prezzo del gas in esportazione verso la Bielorussia, dimostra ancora una volta - ce ne fosse bisogno - che la cosidetta "politica energetica" è stata eletta dal Cremlino come principale arma di influenza. La politica del ricatto energetico è l'unico argomento politico che la Russia usa non solo con i paesi della sua area di influenza, ma anche con gli Stati Uniti e l'Europa.
E' già in atto una grave crisi, ad esempio, fra l'Unione Europea e la Russia. La Russia chiede che le sue aziende (controllate in toto dal Cremlino) entrino a far parte come soci nelle aziende di distribuzione energetiche europee (i vari ENI, EDF etc). L'Unione, pur a parole essendo disponibile, sta portando avanti una vera politica di sabotaggio silenzioso, irritando non poco il Cremlino. Diverse aziende francesi ed americane sono state cacciati fuori dai progetti di estrazione del gas e petrolio sotto diverse motivazioni, non ultima quella comica dell'ecologia.
Può sembrare che Putin abbia avuto ragione. In fondo la Russia è tornata ad essere temuta e rispettata, riaquistando l'influenza che aveva perso. La politica di Putin si limita a questo.
E' probabile che a lungo periodo il risultato sia più pessimistico. Ma un quadro lucido di dove si è collocato la Russia potrebbe essere questo: ai tavoli della diplomazia parla solo il linguaggio della minaccia. Chiama "partner" opportunisti (vedi Bielorussia) e "traditori" (vedi Georgia) chiunque tenti di smarcarsi.
E quando fra 20, 30 anni (speriamo) l'idrogeno prenderà posto del petrolio?
Spero che Putin sia ancora vivo, allora.
