una vignetta poco gratifficante dedicata da TIME di questa settimana a Boris Eltsin (o meglio alla sua azione politica). Che dire: forse troppo semplicistico?

Sugli scontri in Estonia, attorno alla statua al soldato sovietico, ritengo valido quanto scritto due mesi fa attorno a questa vicenda
http://www.serghei24.splinder.com/1174846819#11504246

E’ morto Boris, passata la sbornia degli elogi, spesso ingigantiti sull’onda del emotività, rimane da fare il bilancio dal personaggio. A Boris gli si addice proprio, per la sfaccettatura del personaggio, l’epitaffio manzoniano: ai posteri l’ardua sentenza. Sarà la Storia, come sempre, che collocherà il personaggio degnamente alla sua statura.
Mi è capitato di rileggere il discorso televisivo in cui Boris annunciò le proprie dimissioni, nella notte del trentun dicembre del mille novecentonovantanove. Fra le righe si legge quasi un amara constatazione, che in diversi passaggi è proprio annunciata, per la delusione di ciò a cui si ispirava e ciò che si è avuto. Una epoca di speranze, in cui non sono mancati ruberie e lassatezze, ma soprattutto un’epoca in cui la Russia e i russi, pur per pochi anni, hanno creduto realmente ad un futuro migliore. Un futuro di cui nessuno, mai che mai Boris stesso, avevano un idea precisa se non che sarebbe stato radioso e migliore per tutti indistintamente. Un epoca che ben riassume la battuta di Cernomirdin, il delfino perenne e mai avverato di Eltsin. “Volevamo come meglio, è andata come sempre”.

centinaia di fermati fra i partecipanti alla Marcia degli Scontenti. Fra cui Kasparov, rilasciato dopo pagamento di 29 euro di multa ma in tempo tale da non permettergli di unirsi all'analoga marcia a San Pietroburgo.
Per Izvestia gli scontri, le botte e gli arresti di ieri sera in centro di Mosca, non sono mai accaduti. Non ne fa cenno la versione odierna. Nemmeno nei brevi. E se non esistono per Izvestia, non esistono nemmeno per il Cremlino: è pacifico.
Ora, diversi commentatori registrano soddisfatti che, in questo ultimo scorcio del era di Putin, le manifestazioni sono aumentati di numero, di adesioni di personalità importanti e in vista e ciò – secondo i suddetti commentatori – simboleggia la rinascita della democrazia in Russia.
E qui, i nostri amati commentatori, peccano di confondere le personalità importanti che strumentalizzano il movimento con quelle che ci credano davvero, e fin in fondo. Fatto netto dei primi, ci rimane solo il caro-saggio Kasparov. Ora Kasparov, nel 2002, ha inserito questo blog nel suo elenco di russi che si battono per la democrazia, e perciò può apparire ingeneroso, ma fino ad ora di ricette per il futuro da lui non se ne sono sentiti.
D’accordo che Putin ha avviato il paese lentamente ma inesorabilmente verso l’autoritarismo; d’accordo che l’economia è di stampo sud americano – si regge sul petrolio, come la corda regge l’impicato – d’accordo su tutto e anche di più. Ma un politico, perché tale si è nominato l’ex campione di scacchi, che aspiri alla guida del paese, alla candidatura, deve non solo indicare le carenze del sistema, ma proporre ricette concrete per invertire la rotta.
Putroppo, fin ora, tutte le apparizioni in pubblico di Kasparov sono finite in rissa e in suoi arresti. E non sempre senza colpe da parte sua. Difficilmente, con questo linguaggio, sarà ascoltato dalla classe media moderata. Quella che non legge l'Izvestia.
Segnalo l'intervento di appassionata difesa storica della Perestroijka da parte di Gorbaciov, apparsa sul New York Times, e in Italia sulla Stampa.
In particolare, la difesa contro chi lo accusa di aver smantellato l'Unione Sovietica è sempre la stessa, da dieci anni. A smantellare l'Urss fu il tentativo del colpo di stato del agosto 91 e della sua prigionia in Crimea, accaduto proprio alla vigilia - e con l'intenzione di sventarlo, secondo Gorbaciov - dell'approvazione del trattato che avrebbe rifondato il patto federativo fra le repubbliche.
Se solo, è il raggionamento di Garbaciov, fossimo riusciti a firmare il trattato...
Come se le tre repubbliche baltiche, per cominciare l'elenco delle nazionalità, si sarebbero accontentati di una generica "rifondazione della Federazione". Penso che Gorbaciov non lo ammetterà mai, prima o poi, ma l'Unione Sovietica era uno di quei paesi che poteva essere salvato dalla disgregazione in un solo modo. Coi i carri armati in piazza. E con l'ordine di sparare. (A differenza, invece, di quello che è accaduto a Mosca nel 91)
Ingeneroso d'altronde attribuire tutte le colpe a Gorbaciov. E' sicuro che senza il suo, pur timido, tentativo di riformare, il Titanic era già ben avviato sulla strada del proprio destino.
C'è la storia di un uomo. Limonov, fondatore di un partito estremista di sinistra che si ispira fin dal nome al partito bolshevico dei primi anni rivoluzionari. Un partito di quelli che ce ne sono centinaia al mondo, partiti estremisti, impregnati di odio, razzismo latente, antistorici, che farneticano rivoluzioni, sconvolgimenti mondiali, campano sullo zero virgola per cento, muoiono per risse o disinteresse in giro di pochi anni.
Ecco, è un partito del genere che ha fondato Limonov. E probabilmente la storia sua, e del suo partito, non sarebbe stata molto differente di quella ai partiti suoi analoghi. Se - ed è un se pesante - il Cremlino, con l'assenza del fiuto che lo contradistingue, non ne avesse dato lustro e nuova vitalità con il proprio tentativo goffo di sopprimere la formazione politica di Limonov.
Dopo, con un tecnicismo, avergli impedito la registrazione del partito, il Cremlino goffamente e rumorosamente ha tentato di impedirgli l'accesso ai media, non dico quelli di massi, di cui il Cremlino è saldamento al controllo, ma anche quelli elitari, con pochi ascoltatori e rivolti alla cosidetta elite democratica. E cosi in giro di pochi giorni la rivista online Gazeta e la radio Echo Moskvi, rei di aver intervistato Limonov, si sono trovati con inchieste giudiziarie aperte sul proprio conto. Ovviamente il guadagno (far cioè capire anche ai giornali e radio locali che certi personaggi non vanno intervistati) è stato immensamente inferiore al nuovo, ennesimo danno alla cosidetta "via nazionale alla democrazia".
Il direttore di Radio Echo Moskvi, dinnanzi ai giornalisti occidentali, ha lanciato l'allarme, prontemante raccolto, di un diktat del Cremlino sul a chi si può "dare la voce" e a chi no.
E Limonov rischia, nonostante la sua nulla statura politica e di ideologo, diventare il nuovo martire della Russia con pianti in pubblico in conferenze strapagate negli States.
Per dirla con Enzo Biagi "una smentita è una notizia data due volte". E che seconda volta, per Limonov, da una radio locale al New York Times...
Ringraziando, ovviamente, chi di dovere.



Buona Pasqua a tutti, Pasqua che coincide quest’anno anche con quella ortodossa.
Per quanto riguarda ciò che accade in Ucraina in questi giorni è doveroso un breve preambolo. Come tutti si ricordano (forse), neanche due anni e mezzo fa, un milione di persone scesero in piazza – non senza una spinta americana da dietro le quinte – e fecero per la prima volta ciò che nessuno pensava fosse possibile. Dissero che non hanno più intenzione di credere al teatrino della democrazia inscenata, di una battaglia elettorale coi nomi dei vincitori già noti. e di cui non si capiva altra ragione che non fosse una sottile presa per culo del contribuente e dell'Occidente.
Questa messinscena della democrazia era, ed è in Russia o Bielorussia ad esempio, cosi scontata per gli attori stessi, che spesso colpiva la totale mancanza di buongusto o almeno un doverso cenno di salvare la decenza, le apparenze e la forma.
Cosi, in Ucraina scesero in piazza, ci rimasero per settimane, e il “governo” – che altro non era che una cupola mafiosa di interessi particolari e dediti allo saccheggio sistematico – del presidente Kutcma, arraffò l’arraffabile e scappò dalla finestra.
Agli uomini del presidente Kutcma dettero cambio altri personaggi che, per dirla con eufemismo, non erano di interessi e provenienza proprio cristallina. Gente che emerse da un torbido passato, ricca di patrimoni che i Rockfeller misero due generazioni per accumulare.
La signora Timoshenko, in particolare, puzzava come solo un pesce marcio sa puzzare, e la sua puzza arrivava fin a Bologna. Su questo blog preannunciammo che in Ucraina non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione. Semplicemente un sistema mafioso, sulle spalle dei ucraini che genuinamente ci hanno creduto, scalzava un altro sistema mafioso. Recedeva i tentacoli del polipo, per metterci i suoi di tentacoli.
All’epoca fummo accusati da un altro blog di essere antidemocratici e portare sfiga (i termini erano più letterari).
Ricondurre, il cosiddetto scontro di potere in atto a Kiev, in questa logica, di scontro fra clan mafiosi, travestiti da politici in giacca e cravatta, fa apparire il quadro ucraino più nitido, anche se meno idealizzante.
L'appassionante scontro fra gli arancioni (Iusenko) e i bianco-azzurri (janukovich) ci appare solo come un'orgia di colore che fa risalire dallo stomaco il pranzo pasquale, motivo per cui finiamo qui il post :o)