
La povera statua del soldato-liberatore, posta nel cuore di Talin, capitale dell'Estonia è per alcuni simbolo di vittoria sui nazi fascisti, ma per altri l'inizio dell'occupazione russa durata per più di settant'anni.
E questo in sostanza quello che si gioca con la decisione presa dalle autorità estone di rimuovere la statua dal centro della città. Sono ormai mesi che attorno al soldato liberatoreinfuria una delle polemiche più aspre, velenose e rancorosi dei ultimi anni.
Per gli estoni, che hanno visto nei nazisti addirittura una liberazione dai comunisti russi, da Stalin e dal NKVD, la "liberazione" dell'Estonia per mano dell'Armata Rossa è ben lontana dal essere una data da festeggiare. Una legge dell'anno scorso ha addirittura istituito il giorno di lutto nazionale, la data di sconfitta delle truppe tedesche. E ha decretato che la statua di bronzo è "simbolo dell'odioso occupatore" dunque da rimuovere e nascondere lontano dall'occhio e dalla coscienza.
Una decisione che avrebbe prevedibilemente provocato un vespaio. In Estonia, come in tutte le repubbliche baltiche, vive una forte comunità russa, spesso in un clima di separati in casa. Andare a gettare la benzina sul fuoco è quanto mai irresponsabile da parte delle autorità estone, che hanno collezionato più di un richiamo formale dalla UE per il "non rispetto dei diritti delle minoranze (i russi n.d.a.)"
La tempistica e il modo scelto, unito alla rinata voglia della Russia di riconquistare un ruolo di primo piano nella regione, oltrechè di ritrovare una propria fiducia in sè, ha potenzialmente creato una situazione esplosiva ai confini orientali della UE.
Vorrei che il pacifico soldato di bronzo, solitario sotto la neve di Talin, diventato contro sua volontà un simbolo da abbattere, non sia altro che un dovuto riconoscimento ai centinania di migliaia di giovani ragazzi - sia russi, che estoni, che tedeschi - morti in questa terra per una guerra insensata, nata dallo stesso odio che soffia in questi giorni.
