C'è sempre un motivo.
Molte canzoni, del resto, parlano d’amore.
«Sì, ma tutto quello che sta capitando nel mondo finisce per riflettersi, per scaricarsi addosso a chi si ama. Prendiamo anche la coppia più innamorata che c’è e mettiamola davanti a un telegiornale: via via che passano le notizie, sono sempre meno innamorati. E anche per quelli che non guardano la tv e non leggono i giornali è uguale: il rumore di fondo è talmente forte che chiunque ne esce scalfito, segnato». Celentano.
Il nuovo album si intitola «C’è sempre un motivo» e,a differenza degli ultimi, non è manierista né patinato. Già nel primo brano «Ancora vivo» versi elementari e un accompagnamento ritmico monotono consentono a Celentano di attirare tutta l’attenzione sulla sua magistrale interpretazione. Il minimalismo contestuale lo stimola in audio e in video. Le canzoni folgoranti sono tre: «C’è sempre un motivo», «Lunfardia», e «Quel casinha». Il primo, firmato da Carlo Mazzoni, è quasi un rap in cui il testo, un ragionato percorso a ostacoli, si avvita alla perfezione su combinazioni di ritmo, fonè e melodia. Gli incastri, i toni un po’ nasali, il crescendo, le armonie, gli arrangiamenti, un contrappunto vocale usato in chiave percussiva, ne fanno in assoluto una delle canzoni più riuscite della carriera celentanesca.
«Lunfardia» è un inedito in lunfardo, un dialetto argentino, scritta da Fabrizio De Andrè e Roberto Ferri che Dori Ghezzi ha offerto a Celentano ritenendo la canzone molto adatta a lui. Il risultato le dà ragione: il galeotto bandoneon di Richard Galliano proietta Celentano in una dimensione etnico-esotica inusuale di grande spessore. Situazione che si ripete con accenti diversi nella riproposta in chiave... capoverdiana (creolo-portoghese) del «Ragazzo della via Gluck» che rinasce in un magico duetto con Cesaria Evora e con una riscrittura del testo che parla di «una piccola casa sul pendio nel sole e nel vento, un palazzo di pietra e di calce».
Mario Luzzato Fegiz, Corriere della Sera.
C’è un rimedio possibile? Lei avrebbe un consiglio da dare?
«Io credo se tutti i potenti del mondo non intervengono dove c’è la piaga centrale e si occupano solo delle ferite periferiche, non ne usciremo mai». Celentano.
E dov’è il centro di tutto?
«Nella questione fra Israele e palestinesi. Se non diamo i confini ai palestinesi, con tutti i torti che possono avere, se non disegniamo i loro confini, la piaga non guarirà mai». Celentano.
Per anni, nei film e nelle canzoni lei ha parlato della speranza, della fiducia in un mondo migliore. Ma da tempo il mondo sembra andare all’incontrario dei suoi pensieri.
«Ed è per questo che sono inquieto. Forse, quest’inquietudine è nata dal benessere raggiunto molto, troppo in fretta. Che è anche un bene, voglio dire, come il progresso, ma si porta dietro cose negative. Un esempio semplice, forse sciocco, ma che mi colpisce: i quiz in tv, uno telefona e vince un miliardo. Non è giusto, così si incitano i ragazzi a non lavorare, a non capire il valore delle cose». Celentano.
Lei non ha mai fatto mistero della sua religiosità. Oggi, però, in nome della religione si fanno le guerre.
«Purtroppo ci sono sempre state. Ma io continuo a credere che la vera religione vuole la pace. Per evitare pericolosi equivoci, io ritengo necessaria la distinzione fra lo Stato e la religione». Celentano.
Per la questione della religione, Rocco Buttiglione ha dovuto rinunciare all’incarico nella Commissione europea.
«Ho letto i giornali. E, se come dicono, lui ha risposto alla domanda su cosa credeva, e poi ha detto che comunque la sua fede non avrebbe influito sul suo incarico, allora penso che a Strasburgo abbiano sbagliato a estrometterlo. Però ribadisco che Stato e religione, leggi e fede debbano essere assolutamente distinti». Celentano.
Da comprare. Già comprato.
