
La rivoluzione ucraina è andata a finire in modo prevedibile. Fallimento su tutta la linea, come quelle in Georgia, in Kirghizistan e come fallirà quella in bielorussia quando - e non se - dovesse accadere. Jusenko era sceso in piazza contro un governo corrotto, mafioso, clientelare che pensava più a rimpinguare i propri conti in svizzera che a tenere aperta la bottega del proprio paese nel mercato della globalizzazione. Jusenko era sceso in piazza unendo anime più assortiti: dai communisti nostalgici, ai voltariani delusi, dai liberalisti convinti ai statalisti più sfrenati. Uniti una sera in più contro il governo di Kucma che ormai fativacava a tenere nascosto nei armadi della politica non scheletri ma ossari interi.
Su quest blog, passate la citazione, avevamo già ragionato che quello che abbiamo davanti non è altro che un sistema mafioso che va a dare cambio a un suo simile. Va a darlo, si capisce, in nome di buoni ideali e riempiendosi la bocca di libertà civile e di democrazia partecipativa.
In questi mesi abbiamo visto regolamenti di conti, imprese strappate dalle privatizzazione di una fazione per nazionalizzazioni dell'altra, scandali di corruzione e sospetti di omicidi. Politica dell'est.
Ma almeno una cosa nuova è nata, e ne prendiamo atto. La libertà di sputtanare l'avversario e la libertà di non leccare i piedi al presidente di turno. Se qualcosa la Russia dovrà imparare dall'esperienza ucraina, questo potrebbe essere sufficiente.
