L’Impero che si Sgretola e i Nuovi Sogni di Imperialismo Russo.
Quando nel 1993 veniva creata sui ceneri dell’Unione Sovietica, la Comunità dei Stati Indipendenti (CSI) le idee su cose fosse erano estremamente confuse. Ognuno interpretava la CSI a modo suo. Per i nuovi paesi appena nati era il sinonimo di un’indipendenza agognata e la fine, in molti casi, di secolare dominio russo. Per la Russia era un’salvare le apparenze, e non in pochi hanno sperato al suo interno, solo in un operazione di facciata: cambiamo il nome sul campanello.
La CSI è nata in una rocambolesca (peccato non tempestosa) notte in una dacia sperduta nei boschi dell’odierna Ucraina. Attorno ad un tavolo si erano riuniti i allora presidenti della Russia, dell’Ucraina e della Bielorussia. Le Repubbliche Baltiche avevano appena abbandonato l’Unione; a Mosca ci è stato il tentativo del colpo di stato contro Gorbaciov che, lunge dal salvare l’URSS dalla catastrofe – come da intenzione dei golpisti - ne ha accelerato la disfatta. Gli ultimi vestigi di un potere centrale perdevano ogni residuo di credibilità e legittimità ponendo le premesse per la propria liquidazione.
Sulla scena di allora si muovevano una moltitudine di personaggi, a tratti comici a tratti farseschi. Ma questo è un altro capitolo.
Da allora la Russia non ha mai smesso testardamente di trattare le ex repubbliche sorelle alla stregua del proprio cortile. Era aiutata da una classe politica corrotta, mafiosa e in larga parte proveniente dall’ex nomenklatura sovietica. La Russia cela a fatica la propria sindrome di superiorità tradendo le proprie radici storiche. Tradisce spesso anche la propria aspettativa di vedere dalle proprie ex repubbliche un’indipendenza più formale che sostanziale.
Quello che era prima una Nebulosa politica di Eltsin, con Putin è diventata una vera e propria strategia nazionale di sicurezza. Deciso di restituire alla Russia il suo status di superpotenza, Putin aveva davanti a se due vie. Ha scelto la via maestra: quella che porta all’inferno. Ed è lastricata da buone intenzioni. “Prima eravamo un potenza, ora non lo siamo più” – rifletteva Putin ad alta voce – “bisogna duqnue tornare indietro”. Questo potrebbe essere il sunto del Putin-pensiero.
Gorbaciov aveva messo in guardia: “non si passa mai due volte nelle stesse acque”.
Gesti come ritornare al vecchio inno: ricordo di tante glorie passate; o reinventare il culto dell’esercito (vero pilastro della politica sovietica): sono sintomi di una strisciante tendenza restauratrice.
Si ritorna nella corsa alla spazio, a investire nella ricerca della tecnologia militare, al mito delle frontiere lucchettate contro l’invasore straniero. Si rinfocola il nazionalismo Russo, inteso anche come valenza etnica (Marco Masi è più competente di me sulla Madre di tutti gli esempi: la Cecenia).
In questa ottica rientra anche la soppressione delle libertà all’interno dell’immenso paese. Una soppressione evidenziata da diversi osservatori che, a mio avviso, non sono riusciti a cogliere il contesto di questo giro di viti.
La repressione nella Bielorussia di Lukashenko, o nell’Ucraina che fu di Kucma, era tutto uno con un regime di stampo personalista, clientelare e mafioso. Insomma, dittature.
Quella in atto nella società russa nasce invece dalla convinzione genuinamente sovietica che la critica destabilizzi la società e la critica del governo equivalga al tradimento puro. Il paese invece deve essere una roccaforte contro i nemici esterni. Questo è il paese che ha in mente Putin. Basta ascoltarlo.
La Russia moderna ha ereditato dall’URSS il mito del “nemico esterno”: un entità puramente orwelliana. Teorizzata nell’era di Stalin, il nemico esterno è da allora una rigogliosa pietra miliare della società sovietica. Il concetto nemico esterno è simile alla sindrome da fortezza assediata, più che alla paura degli Stati Uniti.
Ci eravamo illusi che in pochi anni di riforme e di capitalismo, le ideologie sovietiche fossero svanite come neve al sole. Putin ha mostrato al mondo che sono state interiorizzate e fatte proprie - in altre forme, e terminologie - dalla Russia moderna del Fondo Monetario, della NATO e del G8.
La Russia di Putin ha fallito di incamminarsi sulla strada di riforme democratiche, di prendere il posto che le spetta fra le potenze democratiche dell’occidente e che la sua stessa storia le ha sempre negato. Ha scelto invece di imboccare la strada del proprio passato, solo con altri ideali e bandiere. Ha scelto di inseguire fugaci sogni ed illusioni di potenza e di conquiste. Di essere temuta e rispettata. Anziché rispettare.
Un paese di otto fusi orari, duecento milioni di persone, seicento etnie è come il proprio stemma nazionale. L’aquila a due teste. Non si sa bene dove guardi.
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