
centinaia di fermati fra i partecipanti alla Marcia degli Scontenti. Fra cui Kasparov, rilasciato dopo pagamento di 29 euro di multa ma in tempo tale da non permettergli di unirsi all'analoga marcia a San Pietroburgo.
Per Izvestia gli scontri, le botte e gli arresti di ieri sera in centro di Mosca, non sono mai accaduti. Non ne fa cenno la versione odierna. Nemmeno nei brevi. E se non esistono per Izvestia, non esistono nemmeno per il Cremlino: è pacifico.
Ora, diversi commentatori registrano soddisfatti che, in questo ultimo scorcio del era di Putin, le manifestazioni sono aumentati di numero, di adesioni di personalità importanti e in vista e ciò – secondo i suddetti commentatori – simboleggia la rinascita della democrazia in Russia.
E qui, i nostri amati commentatori, peccano di confondere le personalità importanti che strumentalizzano il movimento con quelle che ci credano davvero, e fin in fondo. Fatto netto dei primi, ci rimane solo il caro-saggio Kasparov. Ora Kasparov, nel 2002, ha inserito questo blog nel suo elenco di russi che si battono per la democrazia, e perciò può apparire ingeneroso, ma fino ad ora di ricette per il futuro da lui non se ne sono sentiti.
D’accordo che Putin ha avviato il paese lentamente ma inesorabilmente verso l’autoritarismo; d’accordo che l’economia è di stampo sud americano – si regge sul petrolio, come la corda regge l’impicato – d’accordo su tutto e anche di più. Ma un politico, perché tale si è nominato l’ex campione di scacchi, che aspiri alla guida del paese, alla candidatura, deve non solo indicare le carenze del sistema, ma proporre ricette concrete per invertire la rotta.
Putroppo, fin ora, tutte le apparizioni in pubblico di Kasparov sono finite in rissa e in suoi arresti. E non sempre senza colpe da parte sua. Difficilmente, con questo linguaggio, sarà ascoltato dalla classe media moderata. Quella che non legge l'Izvestia.
A trasformare Litvenenko da un semi sconosciuto autore di libri di dietro logie, in un grande esule ed intellettuale, vittima di Putin, il KGB è stato bravissimo. Se questo è il livello dei servizi segreti russi, possiamo dormire sogni tranquilli.
Perché diavolo, per assassinarlo, si è dovuto ricorrere ad un complicatissimo veleno radioattivo, la produzione e il trasporto del quale si è rivelato una intera operazione logistica? Cosa era, una maragliata? Due bruti in un vicolo cieco, armati di un più rudimentale coltello, non bastava?
Jusenko (presidente odierno dell' ucraina) è stato avvelenato; la Politovskaja è stata avvelenata quando volò sull'aereo per Beslan; Litvenenko è stato avvelenato, ed è pure morto. Che, grazie al KGB, il veleno diventi un ingrediente della cucina russa più tipico del borsh?.
La verticale di potere for dummies.
Come ogni potere come dio commanda, anche la russia putiniana ha la sua teoria alle fondamenta. La verticale di potere. Già l'immaginario corre ad una linea, grossa e dritta, che cala dall'alto delle nubi giù, giù fino alla pochezza dell'uomo comune, grigio e senza denti che cammina lungo una strada sterrata con un fagotto sulla spalla. Dai nubi del Cremlino alla sterminata campagna russa.
La verticale di potere detta con Lenin è il centralismo democratico. Spiegata ad un Ivano qualsiasi: noi qui ci chiudiamo, tiriamo le tende alle finestre e decidiamo.
Esiste una contradizione di termini. Il centralismo è difficilmente democratico. La verticale di potere per sua natura non ammette "curve". E' il trionfo del "ipso dixit". Perchè la critica interferisce nel armonioso processo di governo. Dritto, elegante, sicuro di sè: dall'alto al basso.
Il concetto che la cima venga eletta con mezzi più o meno democratici, e che governi tutto il resto con piglio autoritario. La critica è vista non come un momento fondamentale del dialogo volto al miglioramento, ma come una insidiosa minaccia, al limite del tradimento e disobbedienza.
La verticale di potere, per la sua stessa sopravivenza, postula l'eliminazione in tempi più brevi possibili di ogni libertà e voce discordante. E con tutta la buona volontà possibile, e tutta la fantasia immaginabile, non si può proprio chiamarla, questa dottrina, "la via russa per la democrazia".
La storia ci ha già mostrato dove portano queste "vie russe".
"La situazione è difficile, direi critica. Tutto ciò che si può fare, si fa direttamente sul posto". Questa è stata la prima frase pronunciata dal Presidente della Russia esattamente sei anni fa, 16 agosto 2000, quando pronunciò questa unica frase, dopo un incontro con studenti all’università di Sotchi. Ben cinque giorni dopo la tragedia [di Kursk ].
E’ stata l’ultima occasione in cui la solidarietà della gente, direi della nazione intera, si sia unita al dolore dei morti, aggirando il Presidente della nazione. Il dolore era forte e comune. Insieme ai marinai e alle loro famiglie, tratteneva il respiro l’intera nazione. Ognuno intuiva ciò che stava accadendo, al di là delle menzogne delle versioni ufficiali. Nessuno poteva capire il silenzio in cui si era circondato il Presidente, ne tantomeno nessuno lo poteva giustificare.
Aprite i giornali di quel periodo, riportate alla memoria le immagini dei telegiornali: con le moglie e le madri dei marinai del “Kursk”. La stampa russa mai più fui cosi unita – nemmeno durante l’orrore del Nord-Ost e le snerviante attese di Beslan – e la televisione russa non lavorò mai più cosi, come in quei giorni difficili, quando davanti agli occhi della nazione morivano i 118 marinai.
(c) KOMMERSANT 2006. trad. Serghei24.
Kursk ha messo la parola fine al diritto della stampa russa di formulare giudizi indipendenti sugli eventi o sul Presidente. Risultò che l'ultimò non gradì nessuno dei due. Ed ebbe il potere di farlo.
Erdogan e Sharon.La Faccia della Democrazia.

Domenica di elezioni, nell'ex Urss. Domenica in cui due paesi di quell'area mostrano la loro cosidetta "faccia democratica". Il grado di maturità raggiunto e offrono uno spunto per discuterne i progressi.
In Kazakhistan, Nazarbaev - il primo e l'unico presidente del paese - sta incassando l'annunciata vittoria in mezzo, ad ormai usuali, proteste di brogli e accuse di corruzioni ed irregolarità.
A Mosca, nelle elezioni municipali per la Duma cittadina, il partito pro governativo Edinaja Rossija veleggia sul 52% di voti validi, distanziando con un abisso i Comunisti - secondi in lista per preferenze - col 16%. Jabloko di Javlinskij è al 9%, ricordando che Mosca è la sua, nononche del ceto medio, roccaforte tradizionale; Zirinovskij al 7%. Da segnalare l'esclusione della Rodina, l'altro favorito della vigilia, per uno spot-scandalo che in effetti è stato un passo falso dei popular-comunisti.
Lo spot che ha valso la squalifica al secondo partito nei sondaggi, raffigurava i due leader del partito che, in un parco cittadino, osservano dei immigrati caucasici intenti a "divorare" un'anguria, sputando i semi e gettando le bucce dovunque. Una madre russa spinge la sua carrozzina, sotto le cui ruote, finiscano le bucce. I caucasici con la bocca piena esclamano " tutti qui proprio devono passare". I due leader di Rodina - nello spot - si avvicinano al gruppetto di immigrati e in tono minaccioso ordinano di raccogliere la "spazzatura". Aggiungendo, afferrando per la spalla uno di loro "mi hai sentito, o forse non capisci il russo".
Lo spot terminava con i colori del partito e la voce dei due leader: ripuleremo la città dalla spazzatura. Dove il termine "spazzatura" si prestava ad un voluto equivoco.



fotogrammi dello spot "scandalo" mandato in onda da Rodina. Un gruppo di caucasici bivacchia in un parco cittadino. Una ragazza, dai tipici accenti russi, porta a passeggio una carrozina. I due leader osservano il quadro. Uno dei due pretende che si pulisca e domanda se, almeno, il russo lo capiscono. Si termina con la promessa di "ripulire la città dalla spazzatura".
Di questi temi, Russia e affini, si discutte qui. L'iscrizione aperta a tutti :)
Cambiare, perché nulla cambi.Ukrainians to mark anniversary of Orange Revolution
Nov 22 2005, 11:01
(AP) - Thousands of Ukrainians were expected to descend on Kyiv's main square Nov. 22 to mark the anniversary of the mass demonstrations that came to be known as the Orange Revolution.
Festivities were slated to include speeches by President Viktor Yushchenko, who now faces sagging popularity among Ukrainians disillusioned by persistent corruption and by the lack of progress since last year's upheaval.
Last November, millions jammed Kiev's streets to protest against election fraud in the bitter election.
A repeat runoff ordered by the Supreme Court ultimately resulted in Yushchenko's election.
(Fonte: Kiev Post)Arrivati all’Anniversario della cosiddetta Rivoluzione Arancione ucraina, che compie oggi il suo primo anno vorrei levarmi un sassolino; e chiedo scusa fin d’ora al lettore se lo trascino in polemica di cui lui non ha seguito l’inizio.Molte cose sono cambiate da un anno fa, quando i kievliani scesero inebriati in piazza – cantando, ballando e dormendo al freddo – nella speranza di dare una spallata a un regime corrotto, discreditato e impotente nemmeno di garantire la propria perpetuazione. Nessuno poteva dire se si sarebbe arrivati a un bagno di sangue, alla guerra civile o a un cedimento del regime. C’era lo scontro fra l’est, tradizionalmente di lingua e cultura russa; e l’ovest, di cultura e storia occidentale-europea. In questo blog abbiamo tifato e abbiamo sofferto insieme a quella piazza. Cambiando- per l’occasione- anche i nostri colori. Ma, senza alcuna pretesa di preveggenza, in quei giorni di entusiasmo generalizzato della blogosfera, in quei giorni di “uno spettro si aggira per l’Europa dell’Est: lo spettro della democrazia”. In quei giorni di trionfo della “democrazia di esportazione” di Bush, avevamo messo in guardia con un post dal titolo “La rivoluzione che non ci sarà”.Nel post ricordavo che stavamo assistendo, con grande probabilità, a un sistema mafioso che va a dare cambio a un altro sistema mafioso. Punto. Non c’entrava Bush, non c’entrava la democrazia o la guerra in Iraq. Ovviamente nello scontro di due sistemi tendenzialmente simili, l’uno- annusando la puzza di morto dell’altro - ha scelto di riempirsi la bocca di termini quali democrazia e libertà e di fare leva sulle bisogni reali della gente di un paese, da cui si fa a gara a scappare.Non ero perspicace nel puntare il dito là: semplicemente chiunque lavori con l’Ucraina non poteva fare a meno di notare che, laddove gli uomini di Yusenko – dal doganiere al ministro – davano il cambio agli uomini del vecchio regime, i primi si rivelarono - nella fame tipica di chi è stato escluso a lungo dal banchetto - più ingordi arroganti nell’occupare posizioni di rendita. Gli appetiti si sono raddoppiati: dove bastava una tangente da ora ne servivano due.Il nuovo sistema ucraino insediatosi, assomiglia alle città magiche dei parchi di world disney: fuori in cartone colorato di arancione – e per vedere ciò, paghi il biglietto -, ma grattando rivela brutte impalcature in legnaccio vecchio e sostegni spesso di ferro arrugginito. In un’epoca dove l’apparenza, anziché precedere, si sostituisce alla competenza, nascono stati marketing da rivoluzioni marketing. Urlano più forte democrazia per camuffarne l’assenza, e libertà per allugarne la mancanza. Come in certi libri gialli: dove, al funerale, la corona di fiori più appariscente, è quella dell’assassino.A coloro che, col sogghigno di chi coglie in fallo , mi mandarono le mail “hai visto, ti sei sbagliato: la rivoluzione c’è stata!”, dico: le rivoluzione moderne vanno lette come le offerte telefoniche: cercando l’asterisco.E’ il primo anniversario di una rivoluzione mancata. Stappiamo pure lo spumante dinnanzi a questa facciata colorata, per festeggiare l’inaugurazione di questo grando palazzo arancione.Ma se ci dobbiamo entrare, vi cedo il passo...

TUTTI IN FABBRICA...


Sugli stipendi degli parlamentari.
L'articoletto infilato nella finanziaria dalla Sindaca (?) di Lecce sulla riduzione del dieci per cento dello stipendio dei deputati, ha le stesse speranze di sopravivenza di un maiale chiuso in una stanza con un emiliano.
Ridurre gli stipendi di un dieci per cento è una trovata demagogica? Sicuramente.
Il prezzo per non essere demagogici è fissato in 11.000 euro al mese, per seicento e rotti deputati e per le migliaia e passa di deputati regionali (equiparatti - sempre per non cadere in demagogia - ai deputati nazionali nel trattamento economico).
Il Sole 24 riporta che il bilancio della camera italiana è pari al PIL della Mongolia o di San Marino. Voglio essere costruttivo, stasera. Equiparriamo gli indenizzi (delle barche in sardegna) anziche allo stipendio dei giudici di Cassazione a quelli di un operaio. Risolviamo due problemi in una botta: il PIL di San Marino e la sindrome della quarta settimana. Quando capita di vivere con 1200 al mese, probabilmente in parlamento si parlerà d'altro oltreche della legge elettorale.
Altrimenti, care Massaie, per ricuperare il potere d'acquisto non ci rimane che trasferirsi in Mongolia.
Gran bel post demagogico: accetto i complimenti.



