Russia, Putin e il Terzo Presidente

Ne te quaesiveris extra, Oh Mater Russia! - Non cercarti al di fuori di te stessa, Madre Russia.
Osservatorio del Dr. Woland: Ci occupiamo di Russia e dei paesi dell'ex area sovietica. Ce ne occupiamo a titolo amatoriale,
saltuario e senza alcuna pretesa di seguire l'incalzare degli eventi. A questo punto forse vi state domandando che senso ha leggerci...
(Russia, Putin, Politovaskaja e amici vari)


Pubblicato dal 2003 in Bologna.
domenica, aprile 15, 2007

Kasparov/Putin: patta.

centinaia di fermati fra i partecipanti alla Marcia degli Scontenti. Fra cui Kasparov, rilasciato dopo pagamento di 29 euro di multa ma in tempo tale da non permettergli di unirsi all'analoga marcia a San Pietroburgo.

Per Izvestia gli scontri, le botte e gli arresti di ieri sera in centro di Mosca, non sono mai accaduti. Non ne fa cenno la versione odierna. Nemmeno nei brevi. E se non esistono per Izvestia, non esistono nemmeno per il Cremlino: è pacifico.

Ora, diversi commentatori registrano soddisfatti che, in questo ultimo scorcio del era di Putin, le manifestazioni sono aumentati di numero, di adesioni di personalità importanti e in vista e ciò – secondo i suddetti commentatorisimboleggia la rinascita della democrazia in Russia.

E qui, i nostri amati commentatori, peccano di confondere le personalità importanti che strumentalizzano il movimento con quelle che ci credano davvero, e fin in fondo. Fatto netto dei primi, ci rimane solo il caro-saggio Kasparov. Ora Kasparov, nel 2002, ha inserito questo blog nel suo elenco di russi che si battono per la democrazia, e perciò può apparire ingeneroso, ma fino ad ora di ricette per il futuro da lui non se ne sono sentiti.

D’accordo che Putin ha avviato il paese lentamente ma inesorabilmente verso l’autoritarismo; d’accordo che l’economia è di stampo sud americano – si regge sul petrolio, come la corda regge l’impicato – d’accordo su tutto e anche di più. Ma un politico, perché tale si è nominato l’ex campione di scacchi, che aspiri alla guida del paese, alla candidatura, deve non solo indicare le carenze del sistema, ma proporre ricette concrete per invertire la rotta.

Putroppo, fin ora, tutte le apparizioni in pubblico di Kasparov sono finite in rissa e in suoi arresti. E non sempre senza colpe da parte sua. Difficilmente, con questo linguaggio, sarà ascoltato dalla classe media moderata. Quella che non legge l'Izvestia.

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categorie: russia, democrazia, putin, kasparov
giovedì, novembre 30, 2006

Aridajie.

Sei mesi fa un uomo entra nell'ufficio di Dimitriev Sarkanko, responsabile risorse umane e formazione del FSB russia, lui stesso KGB, in piazza Lubjanka. Fuori è una Mosca primaverile, con l'ultima neve già trasformata in fango e migliaia di piccoli ruscelli che attraversano i marciapiedi della capitale.

Sarkanko assume l'uomo che diventa capo del ufficio affari bagnati, come era noto nell'era del KGB, l'ufficio che si occupava degli affari più interessanti dell'agenzia. Uccidere, stuprare, ricattare, falsificare, corrompere, fabbricare ombrelli con le punte avvelenate...

Da allora una missione: ridurre tutti i liberal e gli esuli sul letto con stomaci doloranti per avere mangiato sushi, bevuto thè, addentato un panino nei ristoranti e aeroporti di mezzo mondo. I russi (liberal) hanno disimparato a digerire, da quando Sarkanko fece quella assunzione nella mosca primaverile.

Litvenenko ha contaminato mezza inghilterra prima di morire. Pure su due aerei della BA hanno trovato le sue tracce.

Gajdar ha bevuto una tazza di the di troppo, pure lui coi sintomi di avvelenamento. Gira voce che in breve chiunque abbia detto parola di traverso su Putin, avrà un georgiano da compagnia che assagerà tutti i piatti prima servirgli, e andrà, al posto del malcapitato, a fare le conferenze stampa sullo stato dei diritti umani in russia: pare che Sarkanko, dio lo benedica, abbia assunto pure un tecnico dei microfoni.
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categorie: russia, democrazia
martedì, novembre 28, 2006

A trasformare Litvenenko da un semi sconosciuto autore di libri di dietro logie, in un grande esule ed intellettuale, vittima di Putin, il KGB è stato bravissimo. Se questo è il livello dei servizi segreti russi, possiamo dormire sogni tranquilli.

Perché diavolo, per assassinarlo, si è dovuto ricorrere ad un complicatissimo veleno radioattivo, la produzione e il trasporto del quale si è rivelato una intera operazione logistica? Cosa era, una maragliata? Due bruti in un vicolo cieco, armati di un più rudimentale coltello, non bastava?

Jusenko (presidente odierno dell' ucraina) è stato avvelenato; la Politovskaja è stata avvelenata quando volò sull'aereo per Beslan; Litvenenko è stato avvelenato, ed è pure morto. Che, grazie al KGB, il veleno diventi un ingrediente della cucina russa più tipico del borsh?.

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domenica, ottobre 29, 2006

La verticale di potere for dummies.

Come ogni potere come dio commanda, anche la russia putiniana ha la sua teoria alle fondamenta. La verticale di potere. Già l'immaginario corre ad una linea, grossa e dritta, che cala dall'alto delle nubi giù, giù fino alla pochezza dell'uomo comune, grigio e senza denti che cammina lungo una strada sterrata con un fagotto sulla spalla. Dai nubi del Cremlino alla sterminata campagna russa.

La verticale di potere detta con Lenin è il centralismo democratico. Spiegata ad un Ivano qualsiasi: noi qui ci chiudiamo, tiriamo le tende alle finestre e decidiamo.

Esiste una contradizione di termini. Il centralismo è difficilmente democratico. La verticale di potere per sua natura non ammette "curve". E' il trionfo del "ipso dixit". Perchè la critica interferisce nel armonioso processo di governo. Dritto, elegante, sicuro di sè: dall'alto al basso.

Il concetto che la cima venga eletta con mezzi più o meno democratici, e che governi tutto il resto con piglio autoritario. La critica è vista non come un momento fondamentale del dialogo volto al miglioramento, ma come una insidiosa minaccia, al limite del tradimento e disobbedienza. 

La verticale di potere, per la sua stessa sopravivenza, postula l'eliminazione in tempi più brevi possibili di ogni libertà e voce discordante. E con tutta la buona volontà possibile, e tutta la fantasia immaginabile, non si può proprio chiamarla, questa dottrina, "la via russa per la democrazia".

La storia ci ha già mostrato dove portano queste "vie russe".

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categorie: russia, democrazia, putin
martedì, ottobre 24, 2006

La verticale di potere for dummies.

Come ogni potere come dio commanda, anche la russia putiniana ha la sua teoria alle fondamenta. La verticale di potere. Già l'immaginario corre ad una linea, grossa e dritta, che cala dall'alto delle nubi giù, giù fino alla pochezza dell'uomo comune, grigio e senza denti che cammina lungo una strada sterrata con un fagotto sulla spalla. Dai nubbi del Cremlino alla sterminata campagna russa.

La verticale di potere detta con Lenin è il centralismo democratico. Spiegata ad un Ivano qualsiasi: noi qui ci chiudiamo, tiriamo le tende alle finestre e decidiamo. [continua]
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categorie: russia, democrazia, putin
mercoledì, ottobre 18, 2006

Oggi, sul Corsera, consultabile anche online, l'editoriale di Piero Ostellino. Dal clamoroso omicidio di Anna Politovskaja, dal quello passato più in silenzio di Voronin (consulente economico di ITAR TASS) di ieri, Ostellino prende spunto per una interessante analisi ad largo raggio sulla Russia.

L'idea, considerata quasi un dato - scrive in sostanza Ostellino - che il capitalismo per sua natura favoribbe la nascita spontanea di un sistema liberale e democratico, si rivela falsa.

E la Russia, con il suo history case, ne è una prova lampante.

La bara dell'ideale ottimistico di un binomio fra il capitalismo e libertà, di cui la Russia è un chiodo. (E la Cina è l'altro, aggiungo io).
postato da: Serghei24 alle ore 17:35 | link | commenti | commenti
categorie: democrazia
lunedì, agosto 21, 2006

Il vero colpevole della fine dell'URSS?

Il 18, 19 e 20 agosto 1991 sono stati giorni cruciali per la fine dell'Unione Sovietica. L'anniversario dei 15 anni è stato proprio in questi giorni. 15 anni sono un'inerzia per la storia, eppure sembra veramente un'altra epoca. Molti forsi pensarono che in tre giorni si potesse gettare le basi di una democrazia in un paese che non ne ha mai avuto storicamente le basi. Eppure quei tre giorni - con Gorbaciov imprigionato nella sua dacia e i carri armati per le strade - furono l'alba e contemporaneamente un tramonto. L'alba abortita della democrazia russa e il tramonto dell'esperienza sovietica.

Gorbaciov ha scritto su Moskvoski Novosti un articolo per ribadire quello che sostiene da anni. Se non fosse stato per il famigerato Komitato dello Stato per gli Eventi Speciali e dei suoi carri armati, le sue riforme sarebbero giunti ad una fine naturale e, forse, fa intuire, la storia del URSS sarebbe stata diversa. In quei giorni si stava per firmare un nuovo patto federativo fra le quindici repubbliche, che sarebbe dovuto diventare un trampolino per il nuovo futuro del paese più grande del mondo. Finito invece in macchietta: con generali ubriachi a cui tremavano le mani durante la conferenza stampa, carri armati con la musica di pace, i proclami di eltsin, ordini per produrre manette per tutti, generali galantuomini che si sparavano. E tanta, tanta gente per la strada a diffendere qualcosa che non aveva ben chiaro in mente; pronta a morire per un ideale fumoso e confusionario, ma con un'unica idea chiara in testa: indietro non si torna.

E' possibile che Gorbaciov si sbagli. Non sono stati i carri armati a mosca ad avere dato la spallata definitiva alla sua perestrojka e insieme all'URSS. Forse non sono stati neanchè i moscoviti scesi in piazza.

Forse è stata semplicemente la storia.
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categorie: democrazia
giovedì, agosto 17, 2006

[segue da sotto]

Alcuni estratti dal editoriale di Kommersant di ieri.


"La situazione è difficile, direi critica. Tutto ciò che si può fare, si fa direttamente sul posto". Questa è stata la prima frase pronunciata dal Presidente della Russia esattamente sei anni fa, 16 agosto 2000, quando pronunciò questa unica frase, dopo un incontro con studenti all’università di Sotchi. Ben cinque giorni dopo la tragedia [di Kursk ].

E’ stata l’ultima occasione in cui la solidarietà della gente, direi della nazione intera, si sia unita al dolore dei morti, aggirando il Presidente della nazione. Il dolore era forte e comune. Insieme ai marinai e alle loro famiglie, tratteneva il respiro l’intera nazione. Ognuno intuiva ciò che stava accadendo, al di là delle menzogne delle versioni ufficiali. Nessuno poteva capire il silenzio in cui si era circondato il Presidente, ne tantomeno nessuno lo poteva giustificare.


Aprite i giornali di quel periodo, riportate alla memoria le immagini dei telegiornali: con le moglie e le madri dei marinai del “Kursk”. La stampa russa mai più fui cosi unita – nemmeno durante l’orrore del Nord-Ost e le snerviante attese di Beslan – e la televisione russa non lavorò mai più cosi, come in quei giorni difficili, quando davanti agli occhi della nazione morivano i 118 marinai.

(c) KOMMERSANT 2006. trad. Serghei24.

Kursk ha messo la parola fine al diritto della stampa russa di formulare giudizi indipendenti sugli eventi o sul Presidente. Risultò che l'ultimò non gradì nessuno dei due. Ed ebbe il potere di farlo.

Questo ci porta a domandarsi della bontà della Costituzione Russa eltsiniana, e della sua attualità.
postato da: Serghei24 alle ore 21:52 | link | commenti | commenti
categorie: russia, democrazia, putin
giovedì, agosto 17, 2006



Ieri il 16 agosto 2006, è stato l'anniversario della tragedia del Kursk. Il sottomarino atomico affondato al largo, portando con se il gesto ultimo, eroico dei 118 marinai che si sono autoaffondati per non rischiare una catastrofe col reatore nucleare. Il ricordo della tragedia è passato dimenticato. In russia, per ovvi motivi di opportunità: si trattò in assoluto del momento in cui il regime di Putin toccò il suo punto più basso di popolarità. In occidente, per la congenita memoria corta dell'opinione pubblica, e complice la guerra in Libano, come tormentone principale dei tg in questo agosto.

Invece il Kommersant, approfittò dell'anniversario, con un editoriale di Natalja Gevorkjan, per chiedersi come il modo di fare informazione sia cambiato da quella tragedia. Il Kursk è stato uno spartiacque nel giornalismo russo. E della loro libertà di dare valutazioni indipendenti. Di essere insomma, i cani da guardia del potere.

[segue]
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venerdì, gennaio 20, 2006

Erdogan e Sharon.
Sono casi della storia, che le riforme più corraggiose sono portati avanti dalle persone meno ovvie. Sharon provocò con la sua famosa passeggiata, la Seconda Intifadah; ma mentre lotta contro la morte, è chiaro a tutti che la sua eredità finirà nei libri di storia. Ha osato oltre ogni limite di un primo ministro laburista.

La Turchia è uno stato in cui il nazionalismo è un obbligo di pensiero. Chi si fa delle domande, cerca di capire e indagare nella storia recente turca, sopratutto negli angolini più bui e meno monumentali, incorre nelle ire non di un'altro storico, bensi del codice penale.

Lo stato che mira ad entrare nella UE regola per codice penale cosa lo storico può scrivere e cosa no. Il famoso caso di Orhan Pamuk e del suo libro sui curdi, ha avuto un'interessante seguito. La magistratura turca ha deciso di indagare Joost Lagendijk (in inglese), l'olandese co presidente del Comitato Europeo per l'ingresso della Turchia.

In an absurd twist for the free-speech trial in Turkey of the author Orhan Pamuk, Turkish prosecutors are now investigating the Dutch co-chairman of the European Union's committee on Turkey, Joost Lagendijk, to see whether he violated the country's gag rules while in Istanbul last month to attend the Pamuk trial. Pamuk is charged with insulting "Turkishness" for talking publicly about Turkish massacres of Armenians and Kurds in the last century. The law also makes it a crime to insult the government and state institutions. (New York Times).

Dal punto di vista di PR, i Turchi proprio non ci sanno fare. Indagano colui da cui dipende la loro sorte nell'Ue.

Però, la Turchia ha intrapreso riforme corraggiose ed epocali, per quel paese. Riforme che garantiscano (per quello che possono) le minoranze linguistiche, limitano le interferenze dei militari - i guardiani della rivoluzione laica di Ataturk -, libertà di parola e di culto.

Si tende a dimenticare. Ma queste riforme le ha varate un Primo Ministro - Erdogan - il cui partito, secondo i canoni ortodossi, è un partito islamico ed estremista. Proprio come un ex estremista di destra in Israele. Ironico.
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categorie: democrazia
lunedì, dicembre 05, 2005

La Faccia della Democrazia.

Domenica di elezioni, nell'ex Urss. Domenica in cui due paesi di quell'area mostrano la loro cosidetta "faccia democratica". Il grado di maturità raggiunto e offrono uno spunto per discuterne i progressi.

In Kazakhistan, Nazarbaev - il primo e l'unico presidente del paese - sta incassando l'annunciata vittoria in mezzo, ad ormai usuali, proteste di brogli e accuse di corruzioni ed irregolarità.

A Mosca, nelle elezioni municipali per la Duma cittadina, il partito pro governativo Edinaja Rossija veleggia sul 52% di voti validi, distanziando con un abisso i Comunisti - secondi in lista per preferenze - col 16%. Jabloko di Javlinskij è al 9%, ricordando che Mosca è la sua, nononche del ceto medio, roccaforte tradizionale; Zirinovskij al 7%. Da segnalare l'esclusione della Rodina, l'altro favorito della vigilia, per uno spot-scandalo che in effetti è stato un passo falso dei popular-comunisti.

Lo spot che ha valso la squalifica al secondo partito nei sondaggi, raffigurava i due leader del partito che, in un parco cittadino, osservano dei immigrati caucasici intenti a "divorare" un'anguria, sputando i semi e gettando le bucce dovunque. Una madre russa spinge la sua carrozzina, sotto le cui ruote, finiscano le bucce. I caucasici con la bocca piena esclamano " tutti qui proprio devono passare". I due leader di Rodina - nello spot - si avvicinano al gruppetto di immigrati e in tono minaccioso ordinano di raccogliere la "spazzatura". Aggiungendo, afferrando per la spalla uno di loro "mi hai sentito, o forse non capisci il russo".

Lo spot terminava con i colori del partito e la voce dei due leader: ripuleremo la città dalla spazzatura. Dove il termine "spazzatura" si prestava ad un voluto equivoco.


fotogrammi dello spot "scandalo" mandato in onda da Rodina. Un gruppo di caucasici bivacchia in un parco cittadino. Una ragazza, dai tipici accenti russi, porta a passeggio una carrozina. I due leader osservano il quadro. Uno dei due pretende che si pulisca e domanda se, almeno, il russo lo capiscono. Si termina con la promessa di "ripulire la città dalla spazzatura".



Il tribunale di Mosca ha escluso il partito dalla corsa elettorale "per grave comportamento mirante ai disordini sociali" e per aver "messo in pericolo la pacifica convivenza fra le nazionalità", articolo - fra l'altro - del codice penale.

Affluenza del 33%.

Disaffezione o realismo?

Di questi temi, Russia e affini, si discutte qui. L'iscrizione aperta a tutti :)

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categorie: russia, democrazia, kazakhistan
mercoledì, novembre 23, 2005

Cambiare, perché nulla cambi.

Ukrainians to mark anniversary of Orange Revolution
Nov 22 2005, 11:01

(AP) - Thousands of Ukrainians were expected to descend on Kyiv's main square Nov. 22 to mark the anniversary of the mass demonstrations that came to be known as the Orange Revolution.

Festivities were slated to include speeches by President Viktor Yushchenko, who now faces sagging popularity among Ukrainians disillusioned by persistent corruption and by the lack of progress since last year's upheaval.

Last November, millions jammed Kiev's streets to protest against election fraud in the bitter election.

A repeat runoff ordered by the Supreme Court ultimately resulted in Yushchenko's election.
(Fonte: Kiev Post)

Arrivati all’Anniversario della cosiddetta Rivoluzione Arancione ucraina, che compie oggi  il suo primo anno vorrei levarmi un sassolino; e chiedo scusa fin d’ora al lettore se lo trascino in polemica di cui lui non ha seguito l’inizio.
 
Molte cose sono cambiate da un anno fa, quando i kievliani scesero inebriati in piazza – cantando, ballando e dormendo al freddo – nella speranza di dare una spallata a un regime corrotto, discreditato e impotente nemmeno di garantire la propria perpetuazione. Nessuno poteva dire se si sarebbe arrivati a un bagno di sangue, alla guerra civile o a un cedimento del regime. C’era lo scontro fra l’est, tradizionalmente di lingua e cultura russa; e l’ovest, di cultura e storia occidentale-europea. In questo blog abbiamo tifato e abbiamo sofferto insieme a quella piazza. Cambiando- per l’occasione- anche i nostri colori. Ma, senza alcuna pretesa di preveggenza, in quei giorni di entusiasmo generalizzato della blogosfera, in quei giorni di “uno spettro si aggira per l’Europa dell’Est: lo spettro della democrazia”. In quei giorni di trionfo della “democrazia di esportazione” di Bush, avevamo messo in guardia con un post dal titolo “La rivoluzione che non ci sarà”.
 
Nel post ricordavo che stavamo assistendo, con grande probabilità, a un sistema mafioso che va a dare cambio a un altro sistema mafioso. Punto. Non c’entrava Bush, non c’entrava la democrazia o la guerra in Iraq. Ovviamente nello scontro di due sistemi tendenzialmente simili, l’uno- annusando la puzza di morto dell’altro -  ha scelto di riempirsi la bocca di termini quali democrazia e libertà e di fare leva sulle bisogni reali della gente di un paese, da cui si fa a gara a scappare.
 
Non ero perspicace nel puntare il dito là: semplicemente chiunque lavori con l’Ucraina non poteva fare a meno di notare che, laddove gli uomini di Yusenko – dal doganiere al ministro – davano il cambio agli uomini del vecchio regime, i primi si rivelarono - nella fame tipica di chi è stato escluso a lungo dal banchetto - più ingordi arroganti nell’occupare posizioni di rendita. Gli appetiti si sono raddoppiati: dove bastava una tangente da ora ne servivano due.
 
Il nuovo sistema ucraino insediatosi, assomiglia alle città magiche dei parchi di world disney: fuori in cartone colorato di arancione – e per vedere ciò, paghi il biglietto -, ma grattando rivela brutte impalcature in legnaccio vecchio e sostegni spesso di ferro arrugginito. In un’epoca dove l’apparenza, anziché precedere, si sostituisce alla competenza, nascono stati marketing da rivoluzioni marketing. Urlano più forte democrazia per camuffarne l’assenza, e libertà per allugarne la mancanza. Come in certi libri gialli: dove, al funerale, la corona di fiori più appariscente, è quella dell’assassino.
 
A coloro che, col sogghigno di chi coglie in fallo , mi mandarono le mail “hai visto, ti sei sbagliato: la rivoluzione c’è stata!”, dico: le rivoluzione moderne vanno lette come le offerte telefoniche: cercando l’asterisco.
 
E’ il primo anniversario di una rivoluzione mancata. Stappiamo pure lo spumante dinnanzi a questa facciata colorata, per festeggiare l’inaugurazione di questo grando palazzo arancione.
 
Ma se ci dobbiamo entrare, vi cedo il passo...
 

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categorie: ucraina, democrazia
giovedì, settembre 29, 2005

 
L’Impero che si Sgretola e i Nuovi Sogni di Imperialismo Russo.
 
Quando nel 1993 veniva creata sui ceneri dell’Unione Sovietica, la Comunità dei Stati Indipendenti (CSI) le idee su cose fosse erano estremamente confuse. Ognuno interpretava la CSI a modo suo. Per i nuovi paesi appena nati era il sinonimo di un’indipendenza agognata e la fine, in molti casi, di secolare dominio russo. Per la Russia era un’salvare le apparenze, e non in pochi hanno sperato al suo interno, solo in un operazione di facciata: cambiamo il nome sul campanello.
 
La CSI è nata in una rocambolesca (peccato non tempestosa) notte in una dacia sperduta nei boschi dell’odierna Ucraina. Attorno ad un tavolo si erano riuniti i allora presidenti della Russia, dell’Ucraina e della Bielorussia. Le Repubbliche Baltiche avevano appena abbandonato l’Unione; a Mosca ci è stato il tentativo del colpo di stato contro Gorbaciov che, lunge dal salvare l’URSS dalla catastrofe – come da intenzione dei golpisti - ne ha accelerato la disfatta. Gli ultimi vestigi di un potere centrale perdevano ogni residuo di credibilità e legittimità ponendo le premesse per la propria liquidazione.
 
Sulla scena di allora si muovevano una moltitudine di personaggi, a tratti comici a tratti farseschi. Ma questo è un altro capitolo.
 
Da allora la Russia non ha mai smesso testardamente di trattare le ex repubbliche sorelle alla stregua del proprio cortile. Era aiutata da una classe politica corrotta, mafiosa e in larga parte proveniente dall’ex nomenklatura sovietica. La Russia cela a fatica la propria sindrome di superiorità tradendo le proprie radici storiche. Tradisce spesso anche la propria aspettativa di vedere dalle proprie ex repubbliche un’indipendenza più formale che sostanziale.
 
Quello che era prima una Nebulosa politica di Eltsin, con Putin è diventata una vera e propria strategia nazionale di sicurezza. Deciso di restituire alla Russia il suo status di superpotenza, Putin aveva davanti a se due vie. Ha scelto la via maestra: quella che porta all’inferno. Ed è lastricata da buone intenzioni. “Prima eravamo un potenza, ora non lo siamo più” – rifletteva Putin ad alta voce – “bisogna duqnue tornare indietro”. Questo potrebbe essere il sunto del Putin-pensiero.
 
Gorbaciov aveva messo in guardia: “non si passa mai due volte nelle stesse acque”.
 
Gesti come ritornare al vecchio inno: ricordo di tante glorie passate; o reinventare il culto dell’esercito (vero pilastro della politica sovietica): sono sintomi di una strisciante tendenza restauratrice.
Si ritorna nella corsa alla spazio, a investire nella ricerca della tecnologia militare, al mito delle frontiere lucchettate contro l’invasore straniero. Si rinfocola il nazionalismo Russo, inteso anche come valenza etnica (Marco Masi è più competente di me sulla Madre di tutti gli esempi: la Cecenia).
 
In questa ottica rientra anche la soppressione delle libertà all’interno dell’immenso paese. Una soppressione evidenziata da diversi osservatori che, a mio avviso, non sono riusciti a cogliere il contesto di questo giro di viti.
 
La repressione nella Bielorussia di Lukashenko, o nell’Ucraina che fu di Kucma, era tutto uno con un regime di stampo personalista, clientelare e mafioso. Insomma, dittature.
 
Quella in atto nella società russa nasce invece dalla convinzione genuinamente sovietica che la critica destabilizzi la società e la critica del governo equivalga al tradimento puro. Il paese invece deve essere una roccaforte contro i nemici esterni. Questo è il paese che ha in mente Putin. Basta ascoltarlo.
 
La Russia moderna ha ereditato dall’URSS il mito del “nemico esterno”: un entità puramente orwelliana. Teorizzata nell’era di Stalin, il nemico esterno è da allora una rigogliosa pietra miliare della società sovietica. Il concetto nemico esterno è simile alla sindrome da fortezza assediata, più che alla paura degli Stati Uniti.
 
Ci eravamo illusi che in pochi anni di riforme e di capitalismo, le ideologie sovietiche fossero svanite come neve al sole. Putin ha mostrato al mondo che sono state interiorizzate e fatte proprie - in altre forme, e terminologie - dalla Russia moderna del Fondo Monetario, della NATO e del G8.
 
La Russia di Putin ha fallito di incamminarsi sulla strada di riforme democratiche, di prendere il posto che le spetta fra le potenze democratiche dell’occidente e che la sua stessa storia le ha sempre negato. Ha scelto invece di imboccare la strada del proprio passato, solo con altri ideali e bandiere. Ha scelto di inseguire fugaci sogni ed illusioni di potenza e di conquiste. Di essere temuta e rispettata. Anziché rispettare.
 
Un paese di otto fusi orari, duecento milioni di persone, seicento etnie è come il proprio stemma nazionale. L’aquila a due teste. Non si sa bene dove guardi.
 
Da oggi, in fondo a questa pagina, potete iscrivervi al gruppo di discussione sulla Russia e i Paesi dell'Est. E' il primo esperimento del genere: perchè in italiano ne mancava fin'ora. Se è di vostro interesse...;)
 
postato da: Serghei24 alle ore 12:38 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: russia, democrazia, putin
mercoledì, settembre 21, 2005

TUTTI IN FABBRICA...

 

Sugli stipendi degli parlamentari.

L'articoletto infilato nella finanziaria dalla Sindaca (?) di Lecce sulla riduzione del dieci per cento dello stipendio dei deputati, ha le stesse speranze di sopravivenza di un maiale chiuso in una stanza con un emiliano.

Ridurre gli stipendi di un dieci per cento è una trovata demagogica? Sicuramente.

Il prezzo per non essere demagogici è fissato in 11.000 euro al mese, per seicento e rotti deputati e per le migliaia e passa di deputati regionali (equiparatti - sempre per non cadere in demagogia - ai deputati nazionali nel trattamento economico).

Il Sole 24 riporta che il bilancio della camera italiana è pari al PIL della Mongolia o di San Marino. Voglio essere costruttivo, stasera. Equiparriamo gli indenizzi (delle barche in sardegna) anziche allo stipendio dei giudici di Cassazione a quelli di un operaio. Risolviamo due problemi in una botta: il PIL di San Marino  e la sindrome della quarta settimana. Quando capita di vivere con 1200 al mese, probabilmente in parlamento si parlerà d'altro oltreche della legge elettorale.

Altrimenti, care Massaie, per ricuperare il potere d'acquisto non ci rimane che trasferirsi in Mongolia.

Gran bel post demagogico: accetto i complimenti.

 

postato da: Serghei24 alle ore 19:53 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: italia, democrazia
giovedì, settembre 15, 2005

Hodorkovskij: Non è Strasburgo.
 
Continua l'odissa del processo di Horodrkovskij e di Lebedev, il CFO di Yukos, arrivato all'inevitabile e tradizionale fase degli appelli. Il tutto condito dalla classica organizzazione russa che quando non sa essere repressiva fino in fondo, rischia il ridicolo.
 
Inizia tutto con quaranta minuti di ritardi perchè l'unico difensore del processo è finito in ospedale. Hodorkovskij e Lebedev hanno rinunciato ad avere la difesa e non riconscono nemmeno la leggettimità del processo, atteggiandosi a vittime politiche. Anzi Lebedev non appena avuto la parola ha esordito:
 
" Protesto in modo categorico contro il mio illegale trasferimento qui. Mi pare di aver già informato la Corte del mio rifiuto di prendere parte in questa corte d'appello. Ho vietato in ogni modo ai miei legali di presentarsi e chiedo vostro onore di mandarmi fuori di qua".
 
Il suo onore tira ritira alla fine lo accontenta. Intanto Hodorkovskij chiede alle guardie in piedi se si vogliono sedere vicino a lui che tanto “di posto qui ce ne”.
 
Qui, riferisce Gazeta. Ru, parte la gag dell’avvocato in ospedale. Il giudice legge una nota dello studio legale in cui si dice che la difesa “delegato dal sig. Hodorkovskij non può prendere parte al procedimento perché impossibilitato in nella persona dell’avvocato ospedale”.
 
Il giudice è incredulo di questo nuovo intoppo, ma lo è ancora di più quando scopre che la procura era già a conoscenza dell’improvviso malore. Non solo a conoscenza, ma anche fatto in tempo a disporre una ispezione di polizia per verificare la veridicità della circostanza.
 
La procura consegna dunque la propria relazione della ispezione sul malore dell’avvocato. Parte la diatriba sulla non concidenza di un piccolo particolare fra il referto dello studio legale e la procura. Nella nota consegnata dallo studio dell’avocato di Hadorkovskij il legale è stato ricoverato. Nella nota della procura si sarebbe presentato spontaneamente. C’è, dunque, il legittimo sospetto di ostruzionismo. Sospensione del processo in attesa che la corte sciolga il bisanzionismo.
 
E il ridicolo cala. Se caso mai si fosse alzato, per un momento.
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categorie: russia, democrazia, hodorkovskij
domenica, agosto 07, 2005

 
C’è una nuova Casa Rosada in Europa davanti alla quale manifestano, silenziosi ma ostinati, i parenti di persone scomparse. Sono persone scomparse senza lasciare tracce, dalla mattina alla sera, come i desparicidos argentini o cileni. E le cui famiglie non si vogliono rassegnare a dimenticare fronteggiando con le sole armi delle loro fotografie uno Stato che fa di tutto per scordarli.
 
La Bielorussia del 2005, è una Bielorussia che non è mai stata cosi vicina agli occhi dell’Europa e cosi lontana dalla sua coscienza morale.
Abbiamo fuori dalla porta di casa - nel senso letterale del termine, dopo l’allargamento all’est - uno dei ultimi (?) regimi retti sul terrore di uno Stato che combatte contro i suoi stessi cittadini. Uno Stato che non ha neppure un residuo dell’alibi ideologico, non è ne comunista ne islamico, per alimentare le paranoie del suo paranoico leader.
 
Giornalisti, ex ministri, uomini di cultura spariscono regolarmente senza lasciare alcuna traccia, nessuna tomba, in Bielorussia. I loro parenti si raccolgono settimanalmente per manifestare silenziosamente nella piazza principale di Minsk, alzando i cartelli coi loro volti. Fra poco sarà attivo anche un sito internet per coordinare le loro azioni.
 
E coloro che sono ritenuti, con diverse prove a loro carico, i responsabili di queste scomparse, gli assassini più crudeli, sono elevati al rango di eroi nazionali, premiati con medaglie e titoli.
 
Succede vicino agli occhi e lontano dalla coscienza.
 
 
Dimitrij Pavlicenko, ritenuto da molti il braccio di Lukashenko (Presidente della Bielorussia) per gli affari sporchi. Coinvolto fino alla dentiera con le scomparse di persone della società civile. Insignito della medaglia Alessandro Proclamato per i servizi resi.
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categorie: bielorussia, democrazia
giovedì, luglio 28, 2005

Boris Berezovskij. La Gente è Contro.
Dalla Lettera aperta di Boris Berezovskij al Daily Times. Tradotta dal russo nella sua prima parte. Seguirà una critica analisi.
 
Dal momento che il pubblico dibattito è castrato oggi in Russia, mentre il Cremlino è nella posizione di aggiustare le elezioni; l’unica strada che rimane da percorrere per tutti coloro che vogliono salvare l’idea di democrazia oggi in Russia, è il cambio del sistema politico. La questione del potere in Russia non può più essere risolta nei seggi elettorali. Come già gli esempi di Ucraina, di Livano e di Kirghizistan ci indicano, la questione sarà risolta per le strade.
 
Io stesso ho contribuito alla elezione di Vladimir Putin in qualità di successore del primo presidente eletto della Russia, Boris Eltsin. Dal momento che oggigiorno il paese è in mano ad un lobby mafiosa e dei ex servizi segreti, che controllano il paese e pilotano il sistema giudiziario, è opinione diffusa che Eltsin tenesse a scegliere personalmente il proprio successore onde evitare futuri e probabili procedimenti penali. In realtà, a tutti noi - ovvero a coloro che scelsero Putin - era stato richiesto di trovare un uomo in grado di conservare e continuare le riforme eltsiniane. Non a difendere lui e la sua famiglia.
 
Elstin, è un personaggio temerario, e pensava non alla sua sicurezza personale, ma alla conservazione della idea della democrazia che lui ha portato in Russia. Proprio quella idea che si trova oggi in pericolo e proprio da parte del suo successore.
 
Riconosco le mie responsabilità per aver sostenuto Putin. Non siamo mai stati amici intimi, ma ci capitò di lavorare fianco a fianco in situazioni caotiche, e non ho mai dubitato della sua sincerità. Putin agisce partendo dalle proprie convenzioni. Il problema è che proprio queste convinzioni – ivi incluso l’idea che solo la concentrazione del potere in un solo paio di mani può assicurare il progresso della Russia – sono tutto un errore. E questo serissimo errore sta portando la Russia al fallimento politico.
 
Ovviamente nessun uomo che occupi qualsiasi posto alto dello stato, non potrà mai evitare di incappare in errori di calcolo anche su questioni di strategica importanza, sopratutto in periodi di tumultuosi cambiamenti. Eltsin non fa eccezione, bensi lui aveva la capacità di riconoscere il proprio errore. Fu in questo modo che, dimettendosi l’ultimo giorno del 1999, chiese perdono per la guerra in Cecenia.
 
Putin, a giudicare dai fatti, non è in grado ne di capire ne di riconoscere i propri errori e testardamente mantiene la propria rotta, anche se il fallimento è evidente a tutto il mondo.
 
(continua) Trad. Serghei24
 
 
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categorie: russia, democrazia, berezovsky